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«Il governo di Washington incredibilmente ostile verso la scienza»

In un intervento sul quotidiano internazionale parigino il docente universitario americano torna sulla paradossale diffidenza che, da sempre, gli scienziati suscitano negli Stati Uniti.

di Jared Diamond

Traduzione di Rachele Marmetti

 

L’amministrazione Trump ha recentemente ordinato al Center for Disease Control (CDC, Centro per il Controllo delle Malattie), l’agenzia federale per la salute e la ricerca biomedica, di togliere dalle richieste di finanziamento parole [e locuzioni] le cui virtù non mai sono state sinora messe in discussione.
L’elenco dei termini da poco banditi ha suscitato collera e stupore, non soltanto perché il diktat governativo rappresenta un atto di censura del linguaggio che lede i principi della democrazia, ma anche perché i termini rivestono di per sé un’importanza capitale per il controllo delle malattie, per la democrazia americana e i valori conservatori repubblicani.
Quali sono questi termini riprovevoli?

La lista comprende l’aggettivo “vulnerabile”. Eppure il CDC ha proprio per missione d’identificare quelle malattie cui gli americani sono vulnerabili.
Un altro termine sconveniente è «diversità». Ebbene, un controllo efficace delle patologie implica prendere atto che le persone non sono vulnerabili alle malattie allo stesso modo: esiste un’ampia gamma di vulnerabilità. Per esempio, il cancro all’ovaio colpisce le donne e non gli uomini, l’Alzheimer colpisce le persone anziane e non i bambini piccoli, il cancro della pelle colpisce molto più gli americani di pelle chiara che di pelle scura.
Un’altra parola cattiva da abolire è “diritto”. Ebbene, la celebre seconda frase della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 afferma:
«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: tutti gli uomini sono stati creati uguali e sono stati dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili (…) I governi sono stati creati dagli uomini per garantire questi diritti».
Il che equivale a dire che la nostra nazione fu fondata sulla credenza in alcuni diritti e sull’idea, accettata da tutti, che il governo americano abbia per missione precipua garantirli.

Ora è vietato anche parlare di prassi «fondate sull’assunzione della prova» e «sui dati acquisiti dalla scienza». Ebbene, la produzione della prova e le acquisizioni scientifiche sono la base stessa della medicina moderna. Se la durata media di vita degli americani (senatori e membri repubblicani del Congresso inclusi) è oggi di circa 80 anni – mentre due secoli fa era inferiore ai 50 – è perché la produzione di prove scientifiche ha permesso di stabilire e dimostrare fatti ora accettati da tutti. Per esempio, sappiamo che l’acqua contaminata è all’origine di determinate malattie e che antibiotici specifici permettono la guarigione di malattie specifiche.    
C’è poi un’ironia davvero singolare nel vietare il termine “feto”. I repubblicani conservatori dell’amministrazione Trump pretendono di preoccuparsi in modo particolare dei feti, della cui esistenza, secondo loro, bisogna preoccuparsi più di ogni altra cosa, quale che sia il loro grado di vitalità. Eppure, agli occhi di questi stessi politici, una volta venuti al mondo questi esseri perdono subito interesse.
Altrove, simili interdizioni lessicali sarebbero impensabili, sarebbero giudicate insensate. Non saremmo certo sorpresi d’apprendere che funzionari di un Paese povero e isolato, scarsamente alfabetizzato, imponessero simili divieti a questo o quell’altro piccolo villaggio. Ci aspettiamo però l’esatto contrario dal governo degli Stati Uniti.
L’America è leader mondiale nel campo della scienza, della tecnologia e della medicina. La produzione scientifica degli Stati Uniti è quantitativamente superiore a quella del resto del mondo. A livello mondiale, la maggior parte delle istituzioni di primo piano nel campo dell’istruzione superiore, legate alle industrie dell’innovazione tecnologica, sono americane. L’egemonia americana degli ultimi sette decenni si spiega innanzitutto con la scienza e la tecnologia. Gli Stati Uniti sono dunque l’ultima nazione al mondo da cui ci si aspetterebbe di vedere i pubblici poteri manifestare ostilità contro la scienza. Come spiegare questo paradosso?

In realtà, la diffidenza verso la scienza è di antica data ed è molto diffusa. Durante l’intera storia americana essa ha faticosamente convissuto con la nostra preminenza in campo scientifico.
Come esempio di questa diffidenza, tra innumerevoli altri viene spesso citato il processo Scopes del 1925. Un professore che insegnava biologia evolutiva in una scuola del Tennessee fu messo sotto accusa e condannato per aver violato una legge di quello Stato che vietava l’insegnamento della teoria dell’evoluzione – legge votata proprio in quell’anno, 1925, e abrogata solo nel 1967.
Le restrizioni che pesano sull’insegnamento della teoria evoluzionista non sono scomparse dalle scuole americane, tutt’altro. Si dà però il caso che l’evoluzione sia il fatto centrale distintivo della biologia: non si può più insegnare la biologia senza una buona comprensione dell’evoluzione, così come non si possono insegnare la chimica e la fisica senza una buona comprensione delle molecole e degli atomi.
Si è molto discusso sulle ragioni di questo paradosso americano, senza però giungere a una conclusione condivisa. Io penso che due siano i fattori che, negli Stati Uniti, svolgono un ruolo più importante e decisivo che in altre floride democrazie.
Primo fattore: gli Stati Uniti sono stati concepiti come una democrazia, non semplicemente ordinaria, bensì radicale. Mentre Regno Unito, Italia e numerose altre nazioni europee, contrariamente a idee preconcette largamente condivise, sono state molto meno democratiche e molto più appesantite dalle differenze sociali, la nostra Dichiarazione d’indipendenza iniziava con l’affermazione del principio di uguaglianza. L’idea che a tutti debbano essere offerte le medesime opportunità è stata per lungo tempo lo zoccolo duro dell’ideale americano. Gli europei che migrarono in massa in America dovettero rinunciare ai propri privilegi, costretti a iniziare una nuova vita in condizioni pressoché uguagli per tutti.
Questa nobile fede nell’uguaglianza si scontra con un fatto crudele: le capacità ineguali degli individui. In uno specifico campo, dal basket alla scienza, alcune persone sono più capaci di altre. Questa è la prima spiegazione della diffidenza, molto americana e radicata da lunga data, verso gli esperti in generale e gli scienziati in particolare.
La realtà è che numerosi fatti basilari della scienza contraddicono le ingenue testimonianze dei nostri sensi. Per esempio, i sensi ci dicono che soltanto gli uomini sono umani mentre le scimmie sono animali: i biologi hanno però accumulato una grande quantità di prove inconfutabili che l’uomo si è evoluto dalla scimmia, suo antenato. Gli occhi ci dicono che la Terra è piatta e che il Sole gira attorno alla Terra; ma gli astronomi hanno dimostrato, in modo altrettanto inconfutabile, che la Terra è rotonda e che gira intorno al Sole.
Oggi gli americani di fede conservatrice non nascondono né la diffidenza per la scienza né il rifiuto degli esperti e preferiscono prendere a riferimento il senso comune dell’uomo ordinario. Quest’ammirazione professata per l’uomo della strada è un’ipocrisia priva di significato.
Beffardamente, negli ultimi due decenni il patrimonio dell’americano medio non ha cessato di dileguarsi e la nuova legge fiscale, recentemente imposta dai repubblicani, è stata concepita essenzialmente a beneficio dei super-ricchi. Se chi governa gli americani disprezza apertamente gli specialisti, non altrettanto fa il despota della Corea del Nord, che si esibisce a fianco di scienziati le cui bombe e missili sono all’altezza della scienza moderna più avanzata.
Il ruolo delle religioni fondamentaliste in America è il secondo fattore che, in buona parte, spiega questa diffidenza nei confronti della scienza e della ragione. Quando gli Stati Uniti furono creati, diversi secoli fa, i Paesi europei che fornirono loro buona parte della popolazione erano dotati di religioni di Stato. I rispettivi regimi sostenevano queste religioni e la maggior parte dei cittadini vi aderiva: mi riferisco soprattutto alla religione cattolica in Italia e Spagna, alla Chiesa d’Inghilterra e alle religioni luterane di Stato dei Paesi scandinavi. Molti degli europei che lasciarono il continente per gli Stati Uniti lo fecero proprio per sfuggire a queste religioni di Stato. In seguito, molti di loro si dedicarono a fondare nuove religioni – mormoni, testimoni di Geova, avventisti del settimo giorno, diverse e variegate comunità battiste e via elencando.
Queste nuove religioni americane non furono frutto di percorsi «fondati sull’elaborazione scientifica della prova» dell’esistenza di Dio. Sin dalla nascita, mostrarono massimo sdegno per ogni dimostrazione scientifica.
Per esempio, gli insegnamenti di una chiesa di notevole successo, la Chiesa mormone, nota anche come Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, si fondano su questa credenza: il 21 settembre 1823, nello Stato di New York, un essere glorioso e resuscitato, di nome Moroni, sarebbe apparso a Joseph Smith, un bambino di 10 anni. Si dice che Moroni abbia mostrato al ragazzino delle tavolette d’oro, interrate e incise in «lingua egiziana riformata», in cui gli indiani d’America erano presentati come discendenti degli ebrei, che sarebbero giunti in America del Nord traversando il Pacifico. Moroni avrebbe poi rivelato a Joseph Smith come tradurre questi testi egiziani in lingua inglese, in modo da poter stendere la Bibbia, chiamata Libro di Mormon. A sostegno di questa narrazione ci sono solo la testimonianza dello stesso Joseph Smith e le affermazioni di undici testimoni, che giurano di aver visto le tavolette d’oro incise. Ci sono invece molti elementi che fanno pensare che Joseph Smith abbia redatto lui stesso il Libro di Mormon, basandosi su leggende amerinde locali.
Il complesso delle credenze del mormonismo e di altre religioni fondamentaliste americane contrasta evidentemente con una concezione del mondo scientifica, fondata sulla produzione della prova. Queste religioni però conquistano l’adesione di un certo numero di americani, fortemente motivati, ben organizzati e capaci di farsi sentire, la cui influenza politica non è proporzionale al loro numero. Queste religioni costituiscono quindi un’altra considerevole forza che si oppone alla scienza, alla ragione, agli esperti in generale e alla biologia evoluzionista in particolare.
Secondo me, questi due importanti fattori spiegano perché gli Stati Uniti, prima potenza scientifica mondiale, siano paradossalmente governati da un governo la cui ostilità alla scienza parrebbe senza eguali. A cosa porterà tutto questo?
Non lo so, voglio solo ricordare che il futuro dipenderà dalle prossime elezioni, quelle di metà mandato di quest’anno, quelle presidenziali del 2020, e anche dagli sforzi dei molti livelli dell’apparato statale americano per impedire agli elettori di esprimere le loro libere scelte.
L’attuale situazione degli Stati Uniti mi evoca un proverbio dei greci antichi: «Gli dei rendono folli coloro che vogliono distruggere». Le grandi questioni che oggi pone la vita pubblica americana sono: alle prossime elezioni, i conservatori che dominano il Partito Repubblicano saranno sbaragliati – fatto che consentirebbe un ritorno a una vita pubblica pressoché razionale? Oppure queste elezioni suggelleranno la distruzione di forze che negli Stati Uniti attribuiscono grandissimo valore a prassi «fondate sulla produzione della prova» e «basate sulle acquisizioni scientifiche»?

Gli americani non sono i soli ad appassionarsi a queste questioni e alla risposta che i cittadini sapranno dare: anche i dirigenti di Cina, Russia, Corea del Nord e altri Paese rivali dell’America vi sono grandemente interessati.

 

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