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LE MONDE, EDIZIONE PER ABBONATI

Internet e l’economia dell’indignazione

di Olivier Clairouin

Traduzione di Rachele Marmetti

In questi ultimi anni Facebook ha fatto il possibile per attrarre i media. Colloca in primo piano i contenuti video, sovvenziona massicciamente produzioni di Facebook Live (video in diretta), di InstantArticles (formato speciale riservato ai media)… Facebook vuole mettere a disposizione dell’utilizzatore tutto ciò di cui può aver bisogno, compresa l’attualità, cosicché non abbia mai bisogno di abbandonare la piattaforma. Risultato: in Francia, ormai oltre un terzo delle persone s’informa prioritariamente sui social network, in particolare su Facebook. Fatto che ha un impatto molto concreto sul modo di produzione di contenuti delle redazioni.
Prendiamo l’esempio dei video: interviste davanti alla telecamera, immagini forti nei primi tre secondi, frasi incrostate direttamente nell’immagine, animazioni a gogò… Codificato dai media la cui strategia economica si fonda interamente sui social network, come NowThis e Brut, il modello è stato imitato dalla totalità dei media on-line. Poiché la loro morfologia si è adattata alle regole del social network, i contenuti sono incontestabilmente più “efficaci” dei precedenti nel catturare l’attenzione dell’internauta. Rispondono però a una logica nuova, prioritariamente finalizzata a essere “amati”, commentati e condivisi direttamente sulla piattaforma, più che a venire letti su un sito altro.
Ebbene, per questo scopo niente è più efficace dell’indignazione. Come rileva Molly Crockett, docente di psicologia all’università di Yale, l’indignazione è il carburante dei social network, che «esasperano il modo in cui viene espressa, gonfiando gli stimoli scatenanti, riducendo lo sforzo e amplificando i benefici personali che se ne possono trarre». Per dirla con chiarezza, indignarsi in linea è lusingare il proprio ego, collezionando “like” e cuori. Per chi produce contenuti, il metodo più infallibile è dunque trattare argomenti che siano suscettibili di suscitare reazioni nel lettore: i cliché sessisti della pubblicità, le stupidaggini di Donald Trump, un montaggio lacrimevole che mostra i militanti ecologisti assassinati nel 2017…
Questo fenomeno può portare a un rilancio continuo del contenuto e avere almeno tre conseguenze.
La prima: imboccare scorciatoie. Questo è quanto descrivono Sarah Sobieraj e Jeffrey M. Berry nel libro The Outrage Industry (Oxford University Press, 2014, non tradotto). Gli autori prendono l’esempio di un video del 2011 in cui si vede un poliziotto che usa spray urticante sui manifestanti. Nonostantele zone d’ombra del contesto in cui è inserito l’episodio, un significativo numero di media ha subito associato la sequenza ad altri episodi di violenza della polizia, spingendo gli spettatori a indignarsi per quello che veniva presentato, di fatto, come “un nuovo episodio” di violenza gratuita delle forze dell’ordine.
La stessa cosa è accaduta con l’affare Keaton Jones. Il 9 dicembre 2017, in un video, un giovane americano afferma in lacrime di essere perseguitato a scuola. Numerosi media hanno ripreso le immagini, particolarmente atte a suscitare reazioni nel pubblico, e le hanno collocate nel contesto del flagello del bullismo nelle scuole, cui l’opinione pubblica è molto sensibile. L’episodio si è alla fine tramutato in un tipico esempio di canard au milk shake [letteralmente: anatra al frappè, ndt] [1]. Subito dopo la storia strappalacrime ne sorge una meno sentimentale: il comportamento del ragazzo non era poi così esemplare e sono comparse immagini della madre in posa vicino a una bandiera confederata.
Secondo pericolo rappresentato dall’economia dell’indignazione: l’appiattimento della gerarchia dell’informazione. In rete, la morte del leone Cecil, ucciso da un bracconiere, finisce per oscurare i mali dello Zimbabwe. E l’ultima uscita del capo dello Stato americano occupa le menti tanto quanto l’evasione fiscale massiccia delle multinazionali. Privilegiando l’indignazione come mezzo di espressione, si finisce col non essere più capaci di distinguere l’aneddoto dall’essenziale.

Femminismo ed ecologia sollecitano molto gli utenti della rete

Terza e ultima conseguenza: si può recare danno alle cause di cui si voleva essere cassa di risonanza. Anche prima dei social network, temi massicciamente ripresi dai media perché in grado di sollecitare l’interesse del pubblico potevano subire un “contraccolpo” (backlash). Teorizzato dalla giornalista americana Susan Faludi, il concetto è calzante per i primi tempi della lotta per l’uguaglianza uomo-donna. Dopo aver portato in auge negli anni Settanta l’immagine della working girl, forte e indipendente, e costatando che le conquiste sociali non rendevano automaticamente le donne più felici, la stampa, secondo Susan Faludi, ha «rimaneggiato l’immagine della donna realizzata, affermando: “Guardate, la donna è infelice. Questo succede perché le donne si sono liberate troppo”».
Ebbene, oggi femminismo ed ecologia sono temi sempre più di moda perché inducono a reagire. Si faccia tesoro dell’insegnamento di Susan Faludi: quando una tema giunge a permeare il discorso mediatico generale, c’è il rischio di veder comparire un backlash. Scioccare è sempre stata una delle armi a disposizione dei media per attrarre l’attenzione su un determinato argomento. La foto del piccolo Aylan Kurdi, per esempio, ha permesso di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sorte dei migranti. Spingere all’indignazione equivale a liberare la parola. C’è però il rischio che questa “tecnica” divenga sistematica. Come spiega il filosofo Laurent de Sutter, interrogato da France Culture: «L’indignazione è diventata l’unico mezzo di espressione utilizzato (…) senza però prendere coscienza della necessità di ridiscendere sulla terra e di far seguire allo scandalo l’azione».

[1] Espressione, ormai consacrata dall’uso in internet, che significa che si può essere celebri e amati dagli internauti ma cadere in disgrazia da un giorno all’altro per un fatto o una parola, riferiti ad altre situazioni, che messi in rete suscitano irritazione negli utenti e, in poche ore, possono stravolgere l’immagine del protagonista sui social network. L’espressione, apparsa a giugno 2016, vuole sottolineare la volubilità di internet, associando due elementi che non hanno niente in comune, ndt].

 

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