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STAMPA ESTERA
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DA RÉSEAU VOLTAIRE

La verità sulle fake news

Mentre la NATO era occupata a mettere in atto un vasto sistema di accuse ai russi per dimostrare la loro continuità con la propaganda sovietica, a Washington si è diffusa un’ondata d’isterismo. Per screditare il nuovo presidente degli Stati Uniti, i media dominanti lo accusano di dire un mucchio di sciocchezze. Trump replica accusandoli di diffondere false notizie. Il frastuono è amplificato dal rapido sviluppo dei social network, dapprima usati dal Dipartimento di Stato come armi contro i regimi nazionalisti, ora diventati forum popolari per combattere gli abusi d’ogni genere di élite, Washington innanzitutto.

di Thierry Meyssan *

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Didascalia al video presente nell'articolo originale, con Donald Trump comiziante [ricordiamo che il Cronista.eu ha scelto di pubblicare esclusivamente le immagini indispensabili alla comprensione del testo]:

Sin dall’annuncio della sua elezione a sorpresa e ancor prima del suo insediamento alla Casa Bianca, la stragrande maggioranza dei media americani e dell’Alleanza Atlantica ha immediatamente iniziato a denunciare l’incuria e la follia del presidente Trump. È così cominciata una battaglia tra classe mediatica e nuovo presidente, che vicendevolmente si accusano di diffondere notizie false.

Un po’ ovunque nei Paesi NATO – e solamente in questi – i politici denunciano le fake news. Obiettivo: far emergere la supposta propaganda russa insinuatasi nelle “democrazie occidentali”. La Francia è lo Stato maggiormente investito da questa campagna mediatica. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato una proposta di legge specifica per contrastare questo «attacco alla democrazia», però solo «in periodo elettorale».
Il fatto che l’espressione inglese fake news sia stata incorporata inalterata in ogni lingua della NATO, sebbene designi un fenomeno vecchio quanto il mondo, cioè le false notizie, dimostra l’origine anglosassone del problema.

Didascalia a video di Lavrov:

Commentando il progetto di legge di Emmanuel Macron, il ministro russo degli Esteri si chiede fino a che punto si spingerà la censura in Europa Occidentale.

La NATO all’origine della campagna contro le fake news

Nel 2009, al summit della NATO di Strasburgo-Khel, il presidente Obama annunciò di voler creare un servizio di “Comunicazione strategica” dell’Alleanza [1]. Occorsero sei anni perché il progetto fosse realizzato attorno alla 77th Brigade delle forze terrestri britanniche e della 361st Civil Affairs Brigade delle forze terrestri statunitensi (basate in Germania e in Italia).
Inizialmente, la missione della nuova unità era contrastare le teorie che accusavano lo Stato Profondo USA di aver esso stesso organizzato gli attentati dell’11 settembre; successivamente, lo scopo divenne avversare le affermazioni che accusavano gli anglosassoni di aver pianificato le “primavere arabe” e la guerra contro la Siria. Tesi liquidate come “cospirazioniste”. Tuttavia, la situazione evolse rapidamente ed emerse la necessità di convincere le popolazioni dell’Alleanza che la Russia proseguiva nel solco la propaganda sovietica e che, dunque, la NATO era necessaria.
Per finire, in aprile 2015 l’Unione Europea si dotò del Gruppo di Lavoro per le Comunicazioni Strategiche verso l’Est (East StratCom Task Force). Ogni settimana questo gruppo invia a migliaia di giornalisti un resoconto sulla propaganda russa. Per esempio, nell’ultima edizione, datata 11 gennaio 2018, Sputnik è accusato di aver pubblicato la notizia che lo zoo di Copenaghen nutre le belve con animali domestici abbandonati – accidenti, la minaccia per le “democrazie” è davvero seria! Con ogni evidenza, questi specialisti faticano a trovare significativi esempi  d’ingerenza russa. Nell’agosto dello stesso anno la NATO inaugurò a Riga (Lettonia) il Centro di Comunicazione Strategica. L’anno successivo il Dipartimento di Stato USA istituì il Centro di Impegno Globale (Global Engagement Center), che lavora per gli stessi obiettivi.

Come Facebook, chiodo fisso di Hillary Clinton, si è ritorto contro di lei

Nel 2009, il segretario di Stato Hillary Clinton, su sollecitazione di Jared Cohen (responsabile dell’Ufficio per la Pianificazione Politica), si convinse che sarebbe stato possibile rovesciare la Repubblica Islamica d’Iran manipolando i social network. Messa in pratica, la teoria non ebbe gli esiti sperati. Tuttavia, due anni dopo, Jared Cohen, divenuto proprietario di Google Ideas, riuscì a mobilitare i giovani del Cairo. Benché la “rivoluzione” di piazza Tahrir non abbia influenzato l’opinione pubblica egiziana, il mito dell’estensione del modo di vita americano attraverso Facebook era nato. Di punto in bianco, il Dipartimento di Stato americano ha iniziato a sponsorizzare un gran numero di associazioni e di convegni per promuovere Facebook.
Ciononostante, le elezioni presidenziali USA del 2016 sono state una sorpresa. Un outsider, il promotore immobiliare Donald Trump, grazie ai consigli di Facebook ha eliminato uno dopo l’altro i suoi avversari, Hillary Clinton inclusa. Per la prima volta, il sogno dell'egeria dei politici professionisti diventava realtà, però contro di lei. Così, da un giorno all’altro, la stampa dominante ha iniziato a demonizzare Facebook.
In quest’occasione si è costatato che si possono artificialmente suscitare movimenti di folla attraverso i social network, ma che dopo pochi giorni gli utenti recuperano la capacità di giudizio. È una caratteristica comune a tutti i sistemi di manipolazione dell’informazione: sono effimeri. L’unica forma di menzogna che permette di creare comportamenti durevoli presuppone l’aver spinto i cittadini a un minore impegno, ossia di averli irreggimentati [2].
Del resto, Facebook, istituendo l’“Ufficio per la Politica Mondiale e la Sensibilizzazione dei Governi” e assegnandone la direzione a Katie Harbat, ha dimostrato di aver ben compreso la lezione. Vuole creare emozioni collettive a favore di questo o quell’altro cliente, senza però tentare di organizzare campagne di lunga durata [3]. Per questa ragione il presidente Macron si propone di regolamentare i social network unicamente durante i periodi elettorali. Egli stesso è stato eletto grazie a un disordine di breve durata, creato a danno del suo rivale François Fillon  da un settimanale e da Facebook congiuntamente; l’operazione è stata orchestrata da Jean-Pierre Jouyet [4]. E così il timore di Macron che i social network la prossima volta siano utilizzati contro di lui si sovrappone alla volontà della NATO di dimostrare la continuità URSS-Russia in materia di propaganda. Macron cita come esempio di manipolazione un’intervista di Sputnik sulla sua vita privata e la pubblicazione di un’allegazione su un suo conto bancario estero.

Didascalia a foto di modella che indossa jeans marca Fakenews::

Nel Regno Unito i giovani considerano la retorica ufficiale sulle fake news un mezzo del governo per  imbottirgli il cervello, così come dimostra il successo della marca di jeans Fake News.

Il rapporto di Christopher Steele

Durante la campagna per le presidenziali USA, la squadra di Hillary Clinton ha ordinato un’inchiesta sul candidato Donald Trump all’ex agente dei servizi segreti britannici Christopher Steele, ex titolare del “Bureau Russia” dell’MI6, noto per le sue accuse scandalose e sempre inverificabili. Dopo aver imputato, senza prove, Vladimir Putin di essere il mandante dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko con il polonio 210, l’accusò di aver fatto cadere Donald Trump in una trappola a sfondo sessuale e di ricattarlo. Il Dossier Steele è stato fatto avere con discrezione a diversi giornalisti, uomini politici e capi spie e, alla fine, pubblicato [5].
Da qui l’ipotesi che, cercando di fare eleggere la propria marionetta e di impedire l’elezione di Hillary Clinton, il capo del Cremlino avrebbe ordinato ai “propri” media di acquistare pubblicità su Facebook e di diffondere calunnie contro l’ex segretario di Stato; ipotesi che oggi dimostrerebbe una conversazione dell’ambasciatore australiano a Londra con un consigliere di Donald Trump [6]. Poco importa che Russia Today e Sputnik abbiano speso in tutto poche migliaia di dollari in pubblicità, raramente dedicate alla Clinton: la classe dirigente USA ha acquisito la convinzione che i russi siano riusciti a rovesciare l’infatuazione per la candidata del partito democratico spendendo 1,2 miliardi di dollari. A Washington s’insiste a credere che le invenzioni tecnologiche possano manipolare l’uomo.
Non è questione quindi di osservare e trarre la conclusione che Trump e i suoi sostenitori hanno condotto una campagna su Facebook perché la totalità della stampa scritta e audio-televisiva era ostile, ma di pretendere che Facebook è stato manipolato dalla Russia per impedire l’elezione della pupilla di Washington.

Didascalia a foto di Jared Cohen:


Ex collaboratore di Condoleezza Rice, poi di Hillary Clinton e ora di Eric Schmidt, Jared Cohen condivide la filosofia scientista di Google (il transumanesimo). Secondo Cohen, è possibile rovesciare i governi utilizzando gli algoritmi giusti sui social network.

Il privilegio giuridico di Google, Facebook e Twitter

Cercando di provare l’ingerenza di Mosca, la stampa USA ha posto l’accento sull’enorme privilegio di Google, Facebook e Twitter: queste tre società non sono ritenute responsabili dei contenuti che pubblicano. Dal punto di vista del diritto statunitense, sono semplicemente trasportatori di informazione (common carrier).
Da un lato, gli esperimenti di Facebook che hanno dimostrato la facoltà di suscitare emozioni collettive, dall’altro, l’irresponsabilità giuridica della società, sono la prova dell’anomalia del sistema.
Tanto più che il privilegio di cui godono Google, Facebook e Twitter è, con ogni evidenza, indebito. Di fatto, queste tre società agiscono almeno in due modi per modificare i contenuti che trasmettono. Innanzitutto, censurano unilateralmente alcuni messaggi, sia attraverso il diretto intervento del personale, sia meccanicamente attraverso algoritmi nascosti.  Poi promuovono la loro versione della verità a danno di altri punti di vista (fact-checking).
Per esempio, nel 2012 il Qatar ordinò a Google Ideas, già diretto da Jared Cohen, la creazione di un software che permettesse di monitorare la progressione delle defezioni nell’esercito siriano. Lo scopo era dimostrare che la Siria era una dittatura e che il popolo si stava rivoltando. Ebbene, in breve tempo emerse che quest’ottica era un errore. Il numero di soldati che aveva fatto defezione non superò i 25.000, in un esercito di 450.000 uomini. Si spiega così che Google, dopo aver pubblicizzato il software, con discrezione l’abbia ritirato dal mercato.
Google, al contrario, promuove da sette anni gli articoli che diffondono i comunicati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti dell’Uomo (Syrian Observatory for Human Rights – SOHR). Giorno per giorno viene pubblicato l’esatto numero delle vittime delle due parti. Peccato che i dati siano pura fantasia: nessuno può conoscerli. Mai uno Stato in guerra è riuscito a tenere quotidianamente il conto dei soldati morti in combattimento e dei civili uccisi nelle retrovie. Eppure, nel Regno Unito il SOHR sa quel che sul posto, in Siria, nessuno può conoscere.
Lungi dall’essere semplici trasmettitori di notizie, Google, Facebook e Twitter le forgiano e, a tale titolo, dovrebbero essere giuridicamente responsabili dei contenuti pubblicati.

Le regole della libertà di espressione

Anche se gli sforzi della NATO e del presidente Macron per attaccare la Russia a proposito di internet e dei mezzi audio-televisivi sono destinati al fallimento, è comunque opportuno ricondurre i nuovi media nel diritto generale.
I principi che reggono la libertà d’espressione sono legittimi se valgono allo stesso modo per tutti i cittadini e per tutti i media. Oggi non è così. Se il diritto generale viene applicato, per i messaggi su internet e sui social network non ci sono regole precise in materia di smentita o di diritto di replica sugli stessi mezzi.

Didascalia a immagine del sito Décodex:

Il Décodex di Le Monde afferma a proposito di Réseau Voltaire: «Il sito di Thierry Meyssan, un cospirazionista vicino al governo siriano. In particolare, Meyssan afferma senza prove che il massacro di Charlie-Hebdo è un attacco orchestrato da Washington» (sic).

Come sempre nella storia dell’informazione, i media tradizionali tentano di sabotare i nuovi. Ricordo il vendicativo editoriale che il quotidiano francese Le Monde dedicò nel 2002 alle mie inchieste su internet a proposito della responsabilità degli attentati dell’11 settembre. Ciò che scioccava il giornale altrettanto delle mie conclusioni, era che Réseau Voltaire fosse libero dai vincoli di natura finanziaria di cui il quotidiano si sentiva  prigioniero [7]. Lo stesso atteggiamento corporativo quindici anni dopo ha ispirato il servizio che Le Monde offre ai propri lettori, Le Décodex. Invece di criticare gli articoli o i video dei nuovi media, il giornale si pone a giudice dell’affidabilità dei siti internet suoi rivali. Naturalmente, solo i siti dei giornali cartacei suoi confratelli sono degni ai suoi occhi, tutti gli altri sono liquidati come poco affidabili.

Didascalia a foto di Macron che accarezza Gérard Collomb:

Eminente personalità della massoneria, Gérard Collomb è un sansimoniano. Vicino a Dominique Strauss-Khan, si unì a Emmanuel Macron sin dall’inizio della campagna elettorale. Segretario generale della Fondazione Jean-Jaurès sin dall’istituzione, Collomb ha fatto pubblicare uno studio che qualifica gli oppositori politici come “cospirazionisti” e, in un secondo tempo, un falso sondaggio in cui li accusa di credulità. È ministro dell’Interno.

Per sostenere la campagna contro i social network, la Fondazione Jean-Jaurès (ossia la fondazione del Partito Socialista legata al National Endowment for Democracy) ha pubblicato un sondaggio fasullo [8]. Cifre alla mano, vorrebbe dimostrare che le persone frustrate, le classi lavoratrici e i simpatizzanti del Fronte Nazionale sono creduloni. Nel sondaggio si sostiene che il 79% dei francesi dà credito a una teoria complottista. Per dimostrare la loro dabbenaggine, precisa che il 9% è persuaso che la Terra sia piatta.
Ebbene, né io né alcuno degli amici francesi da me consultati via internet abbiamo mai incontrato compatrioti che credono che la Terra sia piatta. Questo dato è evidentemente inventato e scredita l’intera indagine. Del resto, benché la Fondazione Jean-Jaurès sia legata al Partito Socialista, segretario generale è sempre Gérard Collomb, ora ministro dell’Interno del presidente Macron. Questa stessa Fondazione aveva già pubblicato due anni fa una ricerca che mirava a screditare gli oppositori politici al sistema, qualificandoli «cospirazionisti» [9].

[1] «La campagna della NATO contro la libertà di espressione», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 7 dicembre 2016.

[2] Sui metodi della propaganda si legga «Le tecniche della propaganda militare moderna» di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 maggio 2016.

[3] «Come una cellula segreta di Facebook manipola l’opinione pubblica», di Shelley Kasli, Réseau Voltaire 11 gennaio 2018.

[4] Personalità centrale del corpo degli Ispettori delle Finanze, Jean-Pierre Jouyet fu avvocato presso il molto mitterandiano gabinetto Jeantet, vicedirettore del gabinetto di Lionel Jospin, segretario generale dell’Eliseo con François Hollande e mentore di Emmanuel Macron, che l’ha immediatamente nominato ambasciatore a Londra.

[5] The Steele Report.

[6] «How the Russia Inquiry Began: A Campaign Aide, Drinks and Talk of Political Dirt», Sharon LaFranière, Mark Mazzetti e Matt Apuzzo, New York Times, 30 dicembre 2017.

[7] «Le Net et la rumeur», editoriale di Le Monde, 21 marzo 2002.

[8] « Le conspirationnisme dans l’opinion publique française », Rudy Reichstadt, Fondation Jean-Jaurès, 7 janvier 2018.

[9] «Lo Stato contro la Repubblica», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 9 marzo 2015.
 

*
Thierry Meyssan
Consulente politico, presidente-fondatore di Rete Voltaire. Ultimo libro in francese : Sous nos yeux - Du 11-Septembre à Donald Trump.
 

 

ORIGINALE:
La vérité sur les « fake news »

 

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