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STAMPA ESTERA
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MONDIALISATION.CA

Nessun regime change a Teheran

 

di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Donald Trump può anche affannarsi a garantire che «l’Iran ha fallito su tutti i fronti», che «il grande popolo iraniano subisce da anni la repressione », che gli iraniani hanno «fame di cibo e di libertà», che è «arrivato il momento di mettere fine a tutto questo», che «al momento opportuno sosterrà il popolo iraniano»: è fatica sprecata.
Le magniloquenti dichiarazioni di Trump non influiranno sul corso degli eventi. Scatenata contro Teheran, Washington vuole ricorrere al Consiglio di Sicurezza. Ma Cina e Russia si opporranno a qualunque forma d’ingerenza. [1] Non ci sarà un mandato dell’ONU per colare a picco, in nome dei “diritti dell’uomo”, uno Stato sovrano; non ci saranno neppure una “zona d’interdizione aerea” né un “diritto di proteggere”. I bellicisti se ne facciano una ragione: l’Iran non subirà la stessa sorte della Libia, distrutta dalla NATO nel 2011.
Preso atto dell’impraticabilità di punire l’Iran dal cielo, Washington sta giocando la carta della destabilizzazione interna. Per riuscirci, gli strateghi americani hanno dispiegato l’intera gamma dei mezzi a disposizione: una valanga di propaganda antigovernativa finanziata dalla CIA (soprattutto attraverso le emittenti radio in lingua persiana verso l’Iran); agenti di ogni sorta infiltrati nelle manifestazioni popolari; appoggio a tutte le opposizioni in patria e in esilio. Incapace di mettere in atto il regime change dal cielo, la Casa Bianca tenta di ottenerlo operando dal basso. Difeso contro l’hard power americano, grazie alla propria forza militare (e alle sue alleanze), il “regime dei mollah” è entrato nel mirino del soft power made in USA. La Casa Bianca ha messo in moto le rotative della disinformazione, ma il risultato non è affatto sicuro. È il meno che si possa dire.
Per abbattere un regime non gradito, i “neocon” di Washington hanno bisogno, nel solco della più classica tradizione, di vari tipi di munizioni. L’esperienza dimostra che hanno bisogno di avere in mano almeno due delle tre seguenti carte vincenti:
‒ una forte opposizione interna al regime che si vuole abbattere;
‒ un’orda di ausiliari;
‒ una capacità di intervento diretto.
In Iran gli Stati Uniti non dispongono di alcuno di questi atout. L’opposizione interna c’è, ma è più un’opposizione al governo che al regime. Il sistema politico, attraverso il processo elettorale, permette al dissenso di esprimersi. La dialettica tra “conservatori” e “riformatori” struttura il dibattito, favorendo l’emergere delle contraddizioni interne, senza tuttavia mettere in pericolo il regime uscito dalla rivoluzione del 1979.
Prova ne sia che le masse non si sono riversate nelle strade e il malcontento, nato da ragioni economiche, non genera, salvo eccezioni, una contestazione del regime politico. È significativo che la propaganda occidentale sia costretta, ancora una volta, a ricorrere a grossolane manipolazioni. Si è persino visto il direttore di Uman Rights Watch, Kenneth Roth, usare foto di manifestazioni pro-governative come prova del «sollevamento popolare» contro il regime. Scorgendo nelle manifestazioni di scontento il preludio a un cambiamento di regime, Washington ha confuso per ben due volte i propri auspici con la realtà: la prima volta, scambiando, nelle manifestazioni antigovernative, scontento per sovversione; la seconda rifiutando di prendere atto che le manifestazioni a favore del governo erano almeno di pari rilevanza di quelle contro.
La speranza di un regime change a Teheran è ancor più illusoria in quanto Washington non ha in mano nemmeno la seconda carta vincente: le orde di mercenari per fare il lavoro sporco. I confini sono sotto stretta sorveglianza dell’esercito iraniano, dunque una riedizione dello scenario siriano è impossibile. In Siria le milizie wahabite furono importate in massa con la complicità della NATO e ci sono voluti sei anni perché il popolo siriano potesse sbarazzarsene davvero. In Iran non ci sono motivi per pensare che ci possa essere un’invasione di tale portata. Certamente qualcuno è riuscito a passare attraverso le maglie del controllo, ma la capacità di nuocere è limitata. Dopo la disfatta di Daesh, l’internazionale takfirista è allo stremo. Quel che rimane di Al Qaeda finirà rincantucciato nella sacca di Idlib. L’esercito siriano sta avanzando e riconquistando l’intero Paese e il regime change a Damasco non è più all’ordine del giorno.
Per distruggere il regime dei mollah, Washington non può quindi contare sull’opposizione interna, né sui mercenari, né su un intervento militare diretto. L’opposizione interna non condivide i suoi obiettivi, i mercenari stranieri sono una risorsa in via d’estinzione e l’intervento militare è destinato al fallimento. Il regime change è riuscito in Libia grazie al bombardamento aereo. È fallito in Siria, malgrado le orde di mercenari. In Iran non ha alcuna possibilità di successo. La popolazione iraniana soffre soprattutto per le sanzioni inflitte da uno Stato straniero che pretende di darle lezioni di “diritti dell’uomo”.
Che alcuni strati sociali aspirino al cambiamento è naturale, bisogna vedere quale sarà la risposta del potere. Il presidente Rohani ha condannato le violenze, ma ha anche ammesso la legittimità dello scontento sociale, misure antipopolari sono state annullate e il popolo iraniano non intende sbranarsi da solo per far piacere all’inquilino della Casa Bianca.
La situazione è difficile per i più poveri, ma l’Iran non è certo un Paese sull’orlo del fallimento. Nonostante le sanzioni imposte da Washington, nel 2016 lo sviluppo è stato notevole. La sua economia vanta un tasso di crescita del 6,5% e l’indebitamento dello Stato è a un livello particolarmente basso (35% del PIL). Però il tasso di disoccupazione è elevato (12,5%) e colpisce soprattutto i giovani. Il Paese sta attraversando una crisi economica che alimenta le tensioni sociali perché mette in maggior risalto i privilegi della borghesia mercantile, accentuati dalle riforme liberali volute dal regime. L’Iran esporta petrolio, ma è carente di capitali esteri.
A caccia della minima debolezza, Washington ha sognato un movimento di grande estensione, capace di far vacillare il potere. È evidente che niente di tutto questo è accaduto. L’aggressione USA ha mancato il suo obiettivo, ma non demorderà perché l’Iran si trova da molto tempo nel mirino dei fautori della guerra.
La lotta contro Teheran, ossessione dei “neocon”, risale agli inizi della Repubblica islamica (1979). Fu inaugurata da un attacco dell’Iraq, cui l’Occidente fornì le armi e le petromonarchie i mezzi finanziari (1980-1988). È continuata con gli attentati del Mossad e della CIA, che hanno inflitto agli iraniani quello stesso “terrorismo” di cui la propaganda occidentale li accusava. Poi, agli inizi degli anni Duemila, si è amplificata con la favola della “minaccia nucleare iraniana”. È evidente che Trump si fa un baffo dei diritti dell’uomo e che la questione nucleare è solo un pretesto. A Washington si sono miracolosamente ricompattati, tutti uniti contro l’Iran, un Paese che non ha mai aggredito i vicini. Tuttavia, l’eventualità che si possa dotare di uno scudo nucleare, intaccando il monopolio israeliano nella regione, è giudicata intollerabile. Il regime change è abortito, ma è chiaro che Trump affonderà l’accordo del 2015.
 
[1]
In effetti vi è ricorso, il 5 gennaio 2018. Ndt.

Originale:
Pas de « regime change » à Téhéran

 

 

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