ilCronista.eu
STAMPA ESTERA
.
 

 

DA LE MONDE DATA ODIERNA, EDIZIONE PER ABBONATI

L’Asia stravolge l’ordine dell’economia mondiale

Secondo l’istituto CEBR,  nel 2018 l’India otterrà il quinto posto, davanti a Francia e Regno Unito.

di Marie de Vergès

Traduzione di Rachele Marmetti

 

 

L’Asia consolida la propria posizione sulla scacchiera economica mondiale. L’anno appena iniziato dovrebbe confermare l’ascesa del continente asiatico, con l’India che dovrebbe posizionarsi al quinto posto della classifica delle economie mondiali. Il gigante asiatico dovrebbe far retrocedere Francia e Regno Unito, rispettivamente al sesto e settimo posto. La classifica, pubblicata il 26 dicembre scorso, è stata elaborata dal Centre for Economics and Business Research (CEBR), un istituto di ricerca economica britannico.
Nei prossimi quindici anni la progressione delle economie asiatiche dovrebbe ulteriormente rafforzarsi. Ancora secondo il CEBR, entro il 2032 Corea del Sud e Indonesia dovrebbero entrare nelle prime 10; Taiwan, Thailandia, Filippine e Pakistan nelle prime 25. Nel 2030 la Cina dovrebbe soppiantare gli Stati Uniti al primo posto.
L’analisi del CEBR si fonda sul valore del prodotto interno lordo (PIL) espresso in dollari. Misurato in termini di “parità di potere d’acquisto” (PPA), ossia tenendo conto di quel che le divise di ciascun Paese permettono di acquistare, il PIL cinese dovrebbe aver già incrociato quello degli Stati Uniti.

«Seguirà l’influenza politica»

Ma, quali che siano i parametri utilizzati, la tendenza è la medesima. Già in febbraio 2017 un’inchiesta pubblicata dall’agenzia PwC sosteneva che nel 2030 quattro delle cinque maggiori potenze mondiali saranno asiatiche (Cina, India, Giappone e Indonesia). «È certo, i centri nevralgici tenderanno sempre di più a migrare verso l’Asia, sintetizza Julien Marcilly, economista a capo dell’assicurazione del credito Coface. Il peso economico dei Paese avanzati continuerà invece a diminuire ».
Nella sua analisi, il CEBR ricorda come quelloo che comunemente viene chiamato “mondo sviluppato” rappresentasse, fino al 2000, il 76% dell’economia planetaria. La percentuale dovrebbe scendere al 44% entro il 2032. Nel medesimo periodo i Paesi che ora chiamiamo in via di sviluppo dovrebbero costituire invece il 56% dell’economia mondiale. «Allo sviluppo economico farà inevitabilmente seguito una maggiore influenza politica e le ex economie in via di sviluppo avranno verosimilmente un maggiore peso nelle istituzioni internazionali e nelle relazioni bilaterali » conclude il rapporto.
Alla luce delle dinamiche di crescita nelle diverse parti del globo questo slittamento sembra ineluttabile. Nel 2018 l’economia mondiale dovrebbe continuare sulla strada di una ripresa sincronizzata. Ma, sebbene nella tabella della crescita non manchi alcun Paese, l’Asia è nettamente in testa alla corsa. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2018 la regione Asia-Pacifico dovrebbe crescere del 5,4% più velocemente del ritmo dell’economia mondiale (3,7%) e di tutti gli altri blocchi regionali. Il Nord America dovrebbe avanzare del 2,2%, l’Europa del 2%, l’Africa del 3,7% …
Diversi fattori giocano a favore delle economie asiatiche: solidi fondamentali macroeconomici, una forte integrazione commerciale trainata dalla Cina, una demografia in aumento… Secondo l’istituto di ricerca BMI, entro il 2030 il continente asiatico dovrebbe raggiungere i 410 milioni di abitanti in più e mantenersi a oltre il 50% della popolazione mondiale.

Tasso di urbanizzazione del 40%

Gli economisti fanno anche riferimento al potenziale di recupero che il tasso di urbanizzazione rappresenta: in Asia è di circa il 40% , nelle economie avanzate l’80-90%. Lo sviluppo di centri urbani si accompagna, in genere, a un boom del settore industriale, dei servizi e del consumo. Altrettanti impulsi alla crescita.
Queste performance macroeconomiche non devono tuttavia abbagliarci. «Quel che chiamiamo potenza economica non è altro che la dimensione di un mercato. Queste classifiche non rispecchiano la ricchezza media dei Paese, ricorda Julien Marcilly. Alcuni Paesi progrediscono molto in fretta, ma il PIL per abitante rimane al di sotto di quello dei Paesi avanzati».
Secondo la Banca Mondiale, in Cina il reddito pro-capite era nel 2016 il 15% di quello degli Stati Uniti. E in India solo il 3%! Questi Paesi sono fra i meno egalitari al mondo. Uno studio pubblicato il 28 dicembre scorso dall’agenzia Bloomberg rivelava, per esempio, che i grandi proprietari indiani guadagnano 229 volte il salario medio. Un dato che colloca l’India al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, nella classifica delle disparità di reddito.
E nel frattempo il 20% della popolazione del subcontinente è in stato di povertà estrema.
Altre sfide intralciano il cammino verso la prosperità. Se la demografia svolge un ruolo positivo su scala regionale, in alcuni Paesi la popolazione invecchia. E, soprattutto in Cina, c’è chi corre il forte rischio di invecchiare prima di diventare ricco. Inoltre, sebbene all’Occidente appaia molto invidiabile, la crescita del continente asiatico è spesso inferiore a quella del passato. E questa combinazione di fattori rappresenta, per parte dell’Asia, un pericolo di cadere nella “trappola del reddito intermediario”, quando, passata una fase di recupero, i Paesi vedono la crescita economica stabilizzarsi in proporzioni che impediscono loro di convergere verso il livello di vita delle economie avanzate.

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE