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STAMPA ESTERA
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LE MONDE DIPLOMATIQUE

L’Iran nel mirino

di Serge Halimi

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Il 5 febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano, Colin Powell, agitò un flacone, pretendendo contenesse antrace, e commentò foto satellitari di siti segreti dove si sarebbero fabbricate armi chimiche. Quest’affabulazione, che lo stesso Powell in seguito ammise, servì da lancio pubblicitario della guerra d’Iraq. L’11 settembre 2017 l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley, si è piazzata davanti a enormi frammenti di un missile, che aveva fallito l’obiettivo, pretendendo fosse iraniano. In modo teatrale, Haley ha sostenuto che era stato lanciato dallo Yemen, all’indirizzo di un aeroporto dell’Arabia Saudita, «un Paese del G20». «Con il rischio di uccidere centinaia di civili innocenti. (…) Provate a immaginare se avesse preso di mira l’aeroporto di Washington o di New York. O quello di Parigi, di Londra o di Berlino». La gittata non gli avrebbe consentito di arrivare fin là? Poco importa: per l’ennesima volta occorre fabbricare paura per giustificare la guerra. Quattordici anni dopo aver distrutto l’Iraq, il governo americano ha ora nel mirino l’Iran.
La mancanza d’immaginazione di Haley sarebbe divertente se si trattasse di un soggetto della fantasia. Nel 2003 Powell denunciò i legami «sinistri» tra Saddam Hussein e Al Qaeda. Il 1° novembre scorso ci risiamo: la CIA pubblica una messe di documenti sequestrati in Pakistan, quando Osama Bin Laden fu assassinato; tali documenti proverebbero l’esistenza di legami contro natura tra gli epigoni di Bin Laden, sunniti, e il potere di Teheran, sciita. Evidentemente Washington ha dimenticato l’appoggio, in questo caso ben reale, fornito a Bin Laden, che guerreggiava in Afganistan contro i sovietici. Così come ha dimenticato la vendita illegale di armi di Ronald Reagan all’Iran, quando il presidente americano sperava in questo modo di finanziare i suoi amici dell’estrema destra nicaraguense.
Nessuno allora prese a pretesto questi fatti per dichiarare guerra agli Stati Uniti … Oggi, in compenso, la voglia di far fuori l’Iran unisce monarchia saudita, governo israeliano e parecchi dirigenti americani. L’influente senatore repubblicano Tom Cotton, presentato come futuro direttore della CIA, non aspetta che l’occasione. Secondo Cotton, tutte le sfide diplomatiche di Washington (Iran, Corea del Nord, Cina, Siria, Ucraina) implicano infatti un’«opzione militare» e l’Iran costituisce un pericolo superiore a quello della Corea del Nord, che potrebbe essere eliminato solo con «una campagna navale e aerea di bombardamenti contro le sue infrastrutture nucleari» [1].
Due anni fa il presidente Barack Obama ha rivelato che il budget militare iraniano è otto volte inferiore a quello degli alleati regionali degli Stati Uniti, e un quarantesimo di quello del Pentagono. Ciononostante, i tamburi contro la falsa minaccia iraniana rullano a pieno regime. In un tale clima di guerra psicologica, il 18 dicembre scorso il ministro degli Esteri francese non aveva qualcosa di più intelligente da fare che denunciare, per di più a Washington, la volontà di «egemonia» dell’Iran?

[1]
A foreign policy for “Jacksonian America”, The Wall Street Journal, New York, 9 e 10 dicembre 2017.  

 

ORIGINALE:
La cible iranienne

 

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