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DA LE MONDE (EDIZIONE PER ABBONATI)

«Dinnanzi ai neri schiavizzati, ristabilire la propria dignità deve diventare per l’Africa una passione»

Uno scrittore e un fisolofo reagiscono alle rivelazioni sul trattamento indegno subito dai neri in Libia. Chiedono agli Stati africani, di cui fustigano il fallimento simbolico, di reagire e proteggere come si deve i propri concittadini all’estero.

di FelwineSarr
scrittore e docente di economia all’università Gaston Berger di Saint-Louis (Senegal)
e Achille Mbembé
docente di storia edi scienze politiche all’università di Witwatersrand  (Johannesburg, Sudafrica)

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Lo sapevamo ma rifiutavamo assolutamente di aprire gli occhi e prendere coscienza di quel che accadeva. Le cronache dei trattamenti indegni inflitti in Libia a uomini e donne neri ci arrivano ormai da un certo tempo, filtrate però da un’assuefazione al caos, alla violenza cieca, alle sue molteplici espressioni, un universo ormai saturo delle più sordide rappresentazioni: bombardamenti, decapitazioni, devastazioni di città in guerra, fatti che ci sembravano lontani.
Senza dubbio non avevamo voglia di confrontarci con una realtà che avrebbe riaperto la ferita e che, ancora una volta, avrebbe messo a nudo la nostra vulnerabilità, passata e presente, la posizione poco invidiabile che occupiamo nelle rappresentazioni e nell’immaginario di molti sodalizi umani.

L’immagine brutale di questi mercati di schiavi dove africani sono venduti all’asta ci risveglia e ci sbatte in faccia la nuda realtà

Nel primo quarto del XXI secolo, nei mercati di schiavi della Libia giovani africani vengono esibiti come fossero animali e venduti all’asta – in media a 400 dollari – come accadeva nella tratta transatlantica e nelle tratte trans-sahariane. I corpi di questi giovani africani neri possono essere rubati, venduti, assoggettati; possono essere sottoposti alle peggiori sevizie e ai trattamenti più disumani.
L’africano di pelle nera, il migrante, nel XXI secolo è diventato, come diceva Césaire [1], quest’«uomo-miseria», quest’«uomo-insulto», quest’«uomo-tortura» di cui ci si può appropriare in ogni momento, che si può picchiare a sangue, che si può uccidere, uccidere impunemente, senza doversi scusare con qualcuno. È questa la realtà spaventosa che dobbiamo affrontare.
Possiamo riflettere sulle cause di un tale stato di cose, benché non ne troveremo mai a sufficienza per spiegarci come siamo potuti arrivare a tanto. Le ragioni sono molteplici e intrecciate tra loro. Caos libico, di cui Nicolas Sarkozy fu uno dei principali artefici, razzismo endemico nei confronti dei neri in larghi strati delle società arabe, politiche migratorie europee, ordine geopolitico mondiale, posizione strategica subalterna dell’Africa subsahariana nello scacchiere globale, ecc.

La gioventù negletta dagli Stati

Fra le tante ragioni, l’incapacità degli Stati subsahariani di garantire nel continente africano condizioni di vita degne a gran parte dei giovani è la più devastante. I giovani sono costretti a imboccare la strada di un esilio troppo spesso tragico. A ciò si aggiunga il fallimento simbolico di questi Stati che, con la loro inettitudine a difendere – non fosse altro sul piano dei principi – la dignità dei propri connazionali all’estero (quando non vi attentano per primi essi stessi con l’insicurezza economica, giuridica, politica, psichica, fisica…), hanno concesso a trafficanti e razzisti di ogni risma un assegno in bianco e il permesso di umiliare.
È una china scivolosa d’indegnità accumulate cui non abbiamo opposto resistenza. Sin dall’inizio del conflitto libico, gli africani sono stati vessati, imprigionati, perseguitati. In Mauritania, la schiavitù ereditaria persiste. In Marocco, i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione finanziati dall’Unione Europea e costretti a vivere in condizioni disumane, qualche volta vengono scaricati nel deserto e lì abbandonati. In Algeria, si organizzano spedizioni violente di gruppo contro i subsahariani, che vengono anche espulsi con i pretesti più razzisti (per esempio, diffonderebbero l’AIDS). In Tunisia, studenti sono ogni giorno vittime di atti razzisti. Tutto questo senza che gli Stati d’origine di queste persone facciano sentire la propria voce.

Su questa terra quasi non esiste più posto sicuro per un africano nero

Questo silenzio assordante e quest’attitudine a non reagire abbracciano tutte le forme di razzismo inflitte ai giovani neri in ogni parte del mondo; linciaggio in India e in Russia, africani paragonati ad animali in Cina, uccisioni di afroamericani negli Stati Uniti, ecc. Su questa terra non c’è pressoché posto sicuro per un africano nero. I nostri capi di Stato sono “Charlie” ma, quando si tratta dei compatrioti, la loro indignazione si fa oltraggiosamente silenziosa. Assenza di parola politica ristoratrice, frastuono silenzioso che suona come acquiescenza al trattamento indegno loro inflitto da altri.
Quest’assenso alle indegnità che subiscono i fuorusciti ha inizio già con gli accordi detti di “riammissione”, firmati in cambio di qualche sussidio e dell’indifferenza ai trattamenti degradanti comminati agli espulsi dalle polizie europee e nordafricane. È accaduto poche volte che Stati dell’Africa occidentale (il Senegal e la Costa d’Avorio) abbiano organizzato il rimpatrio di loro concittadini in abbandono; migranti i cui trasferimenti di fondi tuttavia fruttano ai Paesi di origine più degli aiuti internazionali allo sviluppo.

Rifiutare atteggiamenti vittimistici

Per tornare ai migranti, è come se la loro partenza suggellasse l’espulsione da una comunità solidale e dal diritto alla protezione. Essere comunità significa proteggere i propri membri da qualsiasi forma di vulnerabilità, ovunque si trovino. Ci sono Paesi che organizzano operazioni armate per recuperare un loro compatriota.
Sono secoli ormai che facciamo fatica a raccogliere questa sfida. Nella tratta transatlantica, élite del continente africano vennero meno al dovere di proteggere il proprio popolo e collaborarono con gli schiavisti. Il caos generato destrutturò le società africane per lungo tempo e minò la fiducia dei cittadini. Da allora le nostre comunità non sono più in grado di proteggere i propri membri e di prendersene cura.
Che fare? Ristabilire la dignità è l’urgenza più impellente. Rifiutare lo status di vittima sacrificale che, col pretesto che siamo poveri, ci vogliono addossare un po’ ovunque nel mondo. Per questa ragione dobbiamo imperativamente passare dal regime della lagnanza a un regime che imponga al mondo il rispetto della nostra integrità e della nostra umanità, principio non negoziabile che poniamo al di sopra di ogni cosa, qualunque sia la relazione che articoliamo con gli altri.
Bisogna anche finirla con gli atteggiamenti vittimistici e con l’imperialismo compassionevole, l’altra faccia della stessa medaglia, e rifiutare ogni forma d’aiuto, di commiserazione e di considerazione che ci mettono e ci mantengono in posizione di sudditanza.

Soltanto la lotta emancipa i popoli

Nella storia non c’è nessuno che si sia liberato grazie alla magnanimità del suo oppressore. Solo la lotta emancipa. Per questa ragione le virtù che contano sono il coraggio, il rifiuto primordiale dell’abiezione cui vogliono costringervi, la stima di sé e l’intransigenza nel volerla conservare. Nel corso della storia, gli esempi di lotte politiche e sociali di uomini e donne africani sono legione. Dalla resistenza alle tratte di schiavi e al colonialismo, passando per le lotte abolizioniste dei neri marroni [in Giamaica], fino ai movimenti per la conquista dei diritti civili negli Stati Uniti e per l’abolizione dell’apartheid [in Sudafrica], la storia ridonda di testimonianze della capacità degli africani e dei loro discendenti di liberarsi dalla condizione di servo.
Dall’oppressione i prigionieri spesso si liberano da soli. Il genocidio dei Tutsi in Ruanda è avvenuto alla luce del sole, sotto gli occhi della comunità internazionale. È stato il Fronte Patriottico Ruandese (FPR) che, con la sua lotta, l’ha fermato. Del resto, non a caso il Ruanda è il Paese africano più intransigente sul rispetto della dignità dei propri connazionali, che in nessun modo tollera venga attaccata, anche solo simbolicamente.

Nessuno lotterà al posto nostro per il ripristino della nostra dignità. In fondo si tratta di una lotta per l’umanità di tutti

Gli Stati africani devono essere inflessibili contro ogni forma di discriminazione, di razzismo, di attacco all’integrità psichica e fisica dei loro concittadini. Devono anche cessare di essere accomodanti e tacitamente consenzienti. Alle indegnità che ci vengono inflitte si deve rispondere mobilitando ogni risorsa politica, giuridica e simbolica a disposizione per affermare l’assoluto rifiuto di qualsiasi umiliazione (azioni giudiziarie, ritiro e allontanamento di ambasciatori, boicottaggio dei Paesi e dei vertici internazionali, assunzione di posizioni politiche pubbliche per esigere giustizia e riparazione, uso della forza militare se necessario…).
La lotta per il ripristino della nostra dignità non la faranno altri al posto nostro. In fondo, si tratta di una lotta per l’umanità di tutti, anche se condotta partendo da una peculiare situazione.

Riequilibrare i rapporti internazionali

Passata l’emozione, deve permanere una fredda determinazione a offrire condizioni di vita degna a quei milioni di giovani africani gettati sulle strade dall’assenza di opportunità e dalla perdita di fiducia in Stati che non li tutelano. Lavorare perché cessino di essere vulnerabili. Occorre la costruzione di nazioni fondate su un contratto sociale, sul benessere per tutti, che pongano l’integrità psichica e fisica dei propri concittadini al cuore della loro azione politica.
Per far questo è imperativo lavorare all’edificazione di democrazie sostanziali, che permettano la partecipazione di tutti all’intelligenza collettiva e al controllo dell’azione pubblica. È altresì necessario lavorare per un riequilibrio dei rapporti internazionali, che spesso ci sono sfavorevoli e ci privano di risorse (economiche, politiche e simboliche) indispensabili al compito che ci aspetta.
Ritornare a essere fautori del proprio destino sarà possibile solo attraverso un lungo lavoro che conduca al rispetto di sé e a esigerlo dagli altri. Alla luce della storia recente del continente africano, la libertà, ossia la capacità di sottrarsi a ogni forma di oppressione e di predazione, deve diventare una passione per l’Africa. È giunto il momento che gli Stati africani ne prendano consapevolezza e comprendano che l’opera di ristabilimento e di preservazione della nostra dignità è priorità assoluta. Esigiamo che assumano coraggiosamente questo compito.

[1] Aimé Césaire, poeta antillano (Martinica, 1913-2008), esponente della Negritudine, movimento letterario, culturale e politico del XX secolo, sviluppatosi nelle colonie francofone, che si proponeva di affrancare i neri dal complesso di inferiorità imposto dai colonizzatori, attraverso la rivendicazione del proprio valore e della propria dignità, insomma della loro “negritudine” (termine introdotto per la prima volta da J. P. Sartre nel 1948), ndt.

 

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