ilCronista.eu
STAMPA ESTERA
.
 

 

DA LE MONDE, EDIZIONE PER ABBONATI

Robert Badinter: «Il bagno penale della Guyana, un crimine contro l’umanità»

In questa "tribuna" l’ex guardasigilli della Francia afferma che tra il 1940 e il 1943 lo Stato non poteva ignorare la terribile condizione dei delinquenti recidivi deportati.

di Robert Badinter
Ministro della Giustizia dal 1981 al 1986, presidente del Consiglio Costituzionale dal 1986 al 1995.

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Ho spesso sentito in discorsi ufficiali proclamare «la Francia, Paese dei diritti dell’uomo». Una bella formula che però, nei periodi drammatici della nostra storia, non sempre è stata onorata nella realtà, soprattutto nel sistema penitenziario.
È nota la disumanità dei bagni penali francesi d’oltremare. In compenso pochi sanno che, nella loro tragica storia, il periodo del governo di Vichy è il più sinistro: tra il 1940 e il 1943 in Guyana c’è stata una vera e propria ecatombe di deportati, messa in luce dalle ricerche storiche più recenti, soprattutto nelle opere di Michel Pierre, Danielle Donet-Vincent, Jean-Lucien Sanchez.
Nel 1852 la Guyana fu scelta per allontanare dal territorio metropolitano i criminali condannati ai lavori forzati e gli oppositori politici condannati alla deportazione. Influenzato dall’esempio del governo britannico, che sin dal 1717 aveva inviato migliaia di convict in Australia, Napoleone III pensò di sbarazzare la società francese degli elementi più pericolosi e, al tempo stesso, promuovere lo sviluppo di questa lontana colonia, grazie al lavoro dei forzati.
Il fallimento fu completo. Dei 21.620 forzati mandati in Guyana dal 1852, nel 1866 non ne restavano che 7.466. Di fronte a questo spaventoso tasso di mortalità, dovuto principalmente alle epidemie di febbre gialla e malaria, il bagno penale fu trasferito nel 1867 in Nuova Caledonia, dove il clima era meno ostile.

Piccoli “delinquenti abituali”

La III Repubblica non fece nulla per migliorare la condizione degli ergastolani, anzi. La crescita del fenomeno della recidiva esasperava la gente, soprattutto delle campagne. I Repubblicani “opportunisti”, riuniti attorno a Léon Gambetta e Jules Ferry, compresero che avrebbero potuto trarre un vantaggio politico proclamando di voler reprimere severamente i piccoli «delinquenti abituali».
Dopo aver vinto le elezioni del 1881, il governo del presidente del consiglio Jules Ferry presentò un progetto di legge in tal senso. Alla Camera dei deputati, un vivace dibattito oppose Pierre Waldeck-Rousseau, ministro dell’Interno e paladino della sicurezza, a Georges Clemenceau, difensore di una giustizia a dimensione umana. La legge sui recidivi del 27 maggio 1885 fu approvata a larga maggioranza, anche da gran parte della sinistra.
Questa legge, una fra le più repressive della storia giudiziaria francese, voleva rimuovere dalla società la parte più visibile della delinquenza. Istituì la deportazione dei piccoli delinquenti comuni recidivi, definendola «internamento perpetuo sul territorio delle colonie o dei possedimenti francesi». Bastava essere stati condannati più volte a pene di reclusione di oltre tre mesi per incorrere, all’uscita di prigione, nella deportazione a vita fuori dal territorio metropolitano. La Repubblica aggiunse così ai forzati e ai deportati politici una nuova categoria di ergastolani: i deportati per delitti comuni reiterati.
I Repubblicani non si fermarono qui. Nel 1887 il governo decise di inviare i deportati nuovamente in Guyana. I membri del governo non potevano ignorare il crudele fallimento del bagno penale della Guyana nel Secondo Impero e gli avvertimenti delle autorità sanitarie della Marina, che rammentavano come questo territorio fosse «una grande palude dove gli europei non possono né lavorare né vivere». È dunque con cognizione di causa che il governo scelse di allontanare i plurirecidivi prioritariamente in Guyana.

«Ghigliottina verde»

Il bilancio fu disastroso. I deportati che non avevano mezzi di sussistenza avevano l’obbligo di lavorare per il bagno penale, sebbene non fossero stati condannati ai lavori forzati. E, paradossalmente, questi delinquenti, considerati «incorreggibili», furono trattati con più crudeltà dei criminali pericolosi. La “ghigliottina verde” funzionava a pieno regime…
I reportage del 1923 del giornalista Albert Londres, le campagne della Lega per i Diritti dell’Uomo e l’attivismo di Gaston Monnerville, deputato della Guyana, mobilitarono l’opinione pubblica e indussero il governo, dopo la vittoria del Fronte Popolare, a sopprimere nel 1938 la deportazione dei criminali condannati ai lavori forzati. Nulla invece cambiò per i delinquenti recidivi.
La situazione si aggravò ulteriormente durante la seconda guerra mondiale, sotto il regime di Vichy. A partire dal 1941 il tasso di mortalità dei deportati raggiuse livelli ineguagliati: dal 4% del 1939 e 6% del 1940, schizzò nel 1941 a oltre il 12%. Nel 1942 morì circa il 50% dei deportati: 513 decessi su un totale di 1.068 effettivi! E nel 1943 il tasso di mortalità fu del 36%.
Sono livelli prossimi a quelli dei campi di concentramento nazisti. Questa brusca impennata di mortalità non fu causata da una particolare epidemia. Soltanto le condizioni di detenzione sembrano essere all’origine di quest’ecatombe.

“Regime di terrore”

La disciplina, già molto rigorosa, fu severamente rafforzata nell’autunno 1940, per timore delle evasioni. Infatti, le autorità della Guyana, fedeli al maresciallo Pétain, temevano che gli ergastolani che riuscivano a evadere raggiungessero le forze della Francia Libera. In effetti, nel febbraio 1941 circa 70 deportati risposero all’appello del capitano Claude Chandon, rappresentante del generale De Gaulle. Pochi giorni dopo queste evasioni, il governatore della Guyana decise di ristabilire la pena del “pane secco” un giorno su tre, abolita nel 1925. Alla disciplina ferrea fu così aggiunta una riduzione drastica delle razioni alimentari.
Parallelamente, nel 1942 la giornata lavorativa passò da 6 a 8 ore, nonostante le terribili condizioni climatiche, e vennero limitate le possibilità di lavorare a cottimo, incoraggiate nel 1938. Secondo un responsabile dell’Esercito della Salvezza, espulso dalla Guyana all’inizio del 1942, l’amministrazione penitenziaria, «colta da vera e propria follia, instaurò un regime di terrore d’inaudita brutalità: privazione di cibo, lavoro a colpi di manganello e di nervo di bue. Che marcino o schiattino!».
Questo regime ebbe immediate drammatiche conseguenze sulla salute dei deportati. Un funzionario dell’amministrazione penitenziaria testimonia che nel 1943 «i deportati non erano più uomini, erano scheletri. (…) Lo spettacolo era raccapricciante. Ci si chiedeva come alcuni di loro potessero ancora rimanere in piedi. Dopo l’ispezione dei loro effetti personali, dovettero rivestirsi. Fu una scena penosa! Tentando di abbassarsi per raccattare i loro stracci, la maggior parte si accasciò, l’uno dopo l’altro, come soufflé. Non poterono rialzarsi da soli. Si dovettero chiamare i guardiani che, caricandoseli sulla schiena, li trasportarono fino al locale sotto il campanile. Quelli addossati all’albero si trascinarono da soli fino alla capanna, come se fossero senza gambe».

40 morti al mese

Secondo il governatore della Guyana, René Veber, devoto del maresciallo Pétain, questo stato di cose era innanzitutto dovuto alla “mentalità” dei deportati. Nel 1943 Veber scriveva che «i deportati non si preoccupano affatto delle condizioni sanitare del terreno paludoso che attraversano, della qualità dell’acqua che bevono, né adottano precauzioni igieniche. È così che si prendono affezioni tanto preoccupanti».
Respingendo l’idea di migliorare la razione alimentare o di diminuire il lavoro quotidiano, il governatore, al contrario, ordinò un incremento della repressione e vietò ogni attività lucrativa fuori delle ore di lavoro. Alla fine del 1942 si spinse anche a sinistre previsioni, calcolando una media di 40 morti al mese. Tuttavia, invece di organizzare rapidamente il trasferimento dei deportati ancora in vita per poterli salvare, lo ritardò sino a fine 1943. Il governatore Veber si adattò così alla morte di quasi 300 deportati, che pure aveva previsto.
Nel 1943 la Guyana si unì alla Francia Libera. Il nuovo governatore, Jean Rapenne, mise fine in fretta alla spaventosa mortalità dei deportati. Il terribile penitenziario di Saint-Jean-du-Maroni fu definitivamente soppresso nel 1943.
Quest’episodio, poco conosciuto, è uno dei più sinistri della storia penitenziaria francese. Nel 1945, l’articolo 6 dello statuto del tribunale di Norimberga definiva crimine contro l’umanità «l’assassinio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione, e ogni altro atto disumano commesso contro la popolazione civile, prima o durante la guerra».
Alla luce di questa definizione, quello che è stato commesso tra il 1941 e il 1943 contro i deportati in Guyana, sotto l’autorità del governo di Vichy, è un crimine contro l’umanità. Ma nessuno dei responsabili è stato perseguito né punito per i crimini commessi.

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE