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STAMPA ESTERA
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DA MONDIALISATION.CA

Le menzogne dell’ONU sulla fame nel mondo

 

di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Per l’opinione comune, la doxa, il “terzo mondo” non esiste più. D’altronde, non si parla più di Paesi Sottosviluppati, ma di Paesi in Via di Sviluppo e lo storytelling tanto di moda ci assicura che questi Paesi diventeranno ben presto Paesi Emergenti. L’ideologia post-comunista preconizzava la “fine della storia”. Prometteva al libero scambio un prospero futuro. Annunciava tempi nuovi, quelli della “mondializzazione felice”. Garantiva che apertura dei mercati e deregulation recavano in sé la promessa di un avvenire radioso.
Propagata da tre decenni, la favola del liberismo è costretta a fare i conti con la prova dei fatti. Nell’ultimo Rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione, l’ONU dichiara che, nel 2016, le persone malnutrite sono 815 milioni, 82 milioni più del 2015. In parole chiare, l’11% della popolazione mondiale muore di fame. Non solo è stato raggiunto un record assoluto (mai, prima d’ora, l’umanità aveva conosciuto così tanti affamati), ma la situazione peggiorerà ulteriormente e, per il 2017, le associazioni si preparano al peggio.
Le disuguaglianze hanno raggiunto picchi vertiginosi. Se fossimo nel Medioevo, il fossato che oggi separa gli ultra-ricchi dalle masse impoverite orripilerebbe i più egoisti degli aristocratici. Ma, per i nostri liberali, accumulazione e concentrazione del capitale a livelli astronomici sono segnali positivi. Secondo l’associazione Oxfam, l’1% della popolazione possiede il 48% della ricchezza mondiale, il 20% è proprietario del resto. Al rimanente 80% non tocca che una miseria.
Questo stridore tra gli 815 milioni di affamati e il pugno di miliardari dovrebbe suscitare l’indignazione generale. Invece viene accettato con fatalismo, come se si trattasse di una catastrofe naturale. Stendendo un pudico velo sulle cause di tanta ingiustizia, la doxa nasconde deliberatamente il peso delle ragioni strutturali. Grazie a discorsi lenitivi e stereotipi neo-liberali, i meccanismi che fondano l’arricchimento degli uni sull’impoverimento degli altri sono spariti dai radar. Ligia al conformismo ideologico, la burocrazia ONU distorce l’interpretazione dei fatti.
Per esempio, l’ONU omette di dire che il deterioramento della situazione alimentare si spiega in larga misura con l’arretramento dell’agricoltura contadina, a profitto dell’agro-business. Per impulso delle multinazionali dell’agroalimentare, milioni di ettari di policoltura-allevamento vengono trasformati in zone franche defiscalizzate, dove s’impiantano monocolture d’esportazione. Questa politica mette i piccoli coltivatori alla mercé delle fluttuazioni dei mercati internazionali. Ostaggio della mondializzazione, l’agricoltura di beni alimentari regredisce e la produzione locale declina.
Secondo l’ONU, riscaldamento del clima e guerre di ogni genere sono i principali responsabili della malnutrizione. Imputare la miseria umana a cause accidentali sortisce l’effetto di ridurre al minimo le cause strutturali. I meccanismi dello sfruttamento capitalistico sono lavati di ogni sospetto e il messaggio implicito è che le multinazionali non c’entrano per nulla. In compenso, il processo al riscaldamento climatico estende la responsabilità della povertà al cittadino medio. Il salariato che prende la macchina per andare al lavoro non è colpevole quanto la Monsanto? Tuttavia, non è a causa del riscaldamento climatico che migliaia di bambini sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio. L’asservimento di questo piccolo Paese alle multinazionali del cioccolato ne è direttamente responsabile. La specializzazione sin dall’epoca coloniale in questa monocoltura d’esportazione ne ha fatto una precaria appendice delle economie sviluppate. Soggetta alle fluttuazioni del mercato e alle operazioni speculative, la Costa d’Avorio s’impoverisce per arricchire gli azionisti, senza contare il disastro causato dalle terapie d’urto imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali.
Paese di povertà estrema, il Mali è in preda all’instabilità politica e deve far fronte a una ribellione su cui si è innestato il terrorismo. Però, il saccheggio della Francia delle ricchezze minerarie del Paese non è estraneo al caos generato dalla mancanza di sicurezza. La ribellione dei tuareg è ripresa alla grande dopo che Areva ha firmato con il Niger un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti d’uranio, in cui si tenevano in scarso o nullo conto le popolazioni nomadi. Semplice coincidenza? I Paesi del Sahel sono i più poveri al mondo e le truppe francesi vi sono presenti, ora più che mai.
Con la sua abituale ipocrisia, l’ONU dimentica di dire che la carestia regna in quei Paesi dove l’Occidente si dà da fare per seminare il caos. In Sud-Sudan, l’Occidente ha favorito una secessione catastrofica. In Somalia, ha dispiegato le proprie truppe e favorito l’esplosione del Paese. In Siria, ha attizzato il fuoco di una guerra interminabile. In Libia, ha distrutto uno Stato sovrano e consegnato il Paese alle milizie. In Yemen fornisce le armi con cui Riad massacra la popolazione civile. L’ONU ha ragione ad affermare che le guerre sono la causa del deterioramento della situazione alimentare. Doveva però precisare, semplicemente, che queste guerre sono guerre imperialiste.

 

ORIGINALE:

Mensonges de l’ONU sur la faim dans le monde

 

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