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Gian Carlo Scotuzzi
 
 

 

LA PESTE DEGLI INFORMATORI DI GIUSTIZIA

Se Giuda soccorre il Maigret mancato

Succede tra gli inquirenti di tutto il mondo: quando non trovano il colpevole di reati per i quali la pubblica opinione chiede giustizia, ricorrono a un delinquente che glielo trovi al posto loro, facendo la spia. Lo spione viene retribuito a volte in denaro, a volte con l’inconfessabile licenza di delinquere nell’impunità, più spesso con entrambe le mercedi. Accade così che il cittadino si trovi esposto ai microcrimini commessi dagli informatori protetti da coloro che sono pagati per perseguirli. E che la delazione diventi sinonimo di impunità..

In un Paese affacciato sul Mediterraneo c’è una scuola media statale, con un migliaio di alunni, oltre un centinaio di insegnanti e decine di bidelli. Con i soldi del Comune e con quelli raccolti tra i duemila genitori degli alunni, la scuola ha comprato la ventina di computer con i quali arredare l’aula di informatica. Oggi i tecnici hanno connesso i computer a internet e domani un insegnante assunto apposta inizierà ad addestrarvi i ragazzi. La sera i computer, che valgono complessivamente, compresi accessori e programmi, 30 mila euro, sono chiusi in due armadi blindati. «Meglio evitare tentazioni a ladri dallo scasso facile» ha detto la direttrice, che nelle scorse settimane ha ricevuto svariate segnalazioni di furtarelli, dalle monete dei distributori di bevande agli attrezzi della palestra.
L’indomani si trova l’armadio scassinato. I computer sono scomparsi. Ma le porte d’ingresso della scuola e quella dell’aula d’informatica  ‒ che pure fu chiusa a chiave ‒ sono intatte: con ogni evidenzia chi è entrato a rubare i computer aveva le chiavi dei locali.
La dirigente indaga e appunta sospetti sostanziali su un bidello, qui trasferito da altra scuola, penultima di una serie di istituti dai quali è stato cacciato per furti, accertati quanto illegalmente mai perseguiti. La dirigente fa un rapporto dettagliato ai gendarmi, che ispezionano, riscontrano, suggeriscono l’adozione di maggiori misure di sicurezza e promettono stretta vigilanza. Ma i furti continuano. Di notte sparisce di tutto: dai nuovi computer a ogni altro oggetto di qualche valore raccattabile nella scuola, dagli attrezzi della palestra alle lampade degli uffici alle lavagne elettroniche nuove fiammanti.  Il riscontro dei movimenti del bidello sospettato, chiamiamolo Mister X, ne corroborano la presunta colpevolezza. Su esortazione della direttrice, si piazzano telecamere agli infrarossi, che riprendono Mister X e compari nell’atto di rubare. Una perquisizione a casa di Mister X rileva il deposito degli ultimi bottini razziati nella scuola: quelli precedenti sono stati evidentemente smaltiti ai ricettatori. Mister X viene denunciato a piede libero. Vistosi scoperto, Mister X chiede e ottiene il trasferimento in un’altra scuola statale, dove riprende a rubare.
Dal primo furto qui raccontato di Mister X sono trascorsi due anni. Mister X continua a fare il bidello nell’ennesima scuola dove ha ottenuto l’ennesimo trasferimento. Non è mai stato processato e men che meno è mai stato sottoposto a provvedimenti restrittivi della sua libertà razziatrice. Perché tanta impunità? Risposta: perché Mister X è un informatore dei gendarmi. Essendo inserito in un’associazione a delinquere, dedita al furto e allo spaccio di droga, egli è al corrente di molti dei colpi in preparazione e di molti di quelli effettuati; conosce i membri di ogni banda, sa cosa rubano e a quale ricettatore la smerciano. Di quando in quando Mister X segnala l’imminenza di qualche colpo ai gendarmi, che così si fanno belli con magistrati e tivù per come sono stati bravi a sventarli; oppure Mister X segnala i covi dove i ladri hanno celato il maltolto, così i gendarmi lo recuperano e si fanno belli con magistrati e tivù, in un circolo continuo e vizioso in cui le forze dell’ordine, con ogni evidenzia incapaci di pescare i rei per conto loro, attingono a una sorta di vasca dove gli informatori fanno loro trovare i pesci bell’e pronti.
Ovviamente i gendarmi non si ammettono incapaci. Al contrario, ribattono all’accusa di fiacchezza con due argomentazioni:
1. Agli informatori, che vengono selezionati tra i piccoli criminali, si chiede soprattutto di fare la spia non dei loro parigrado, bensì dei grandi criminali. Esempio: la società ha convenienza a lasciare un ladro in circolazione, se questa virtuale licenza di furto porta all’arresto di un omicida. Analogamente: ben resti impunito lo spacciatore di droga se ciò conduce all’arresto di trafficanti internazionali. E così via per la stessa strada del male minore: si tollera il piccolo peccatore perché è il mezzo più produttivo per punire il grande peccatore. Una tolleranza che comunque ‒ argomentano sempre i sostenitori di questa tesi ‒ non esclude il ricorso a investigazioni non inquinate da informatori.
2. La notorietà del ricorso dei gendarmi agli informatori svoglia molti potenziali delinquenti dal delinquere. Sapendo che nella banda criminale nella quale stai per imbrancarti potrebbe essere infiltrata una spia dei gendarmi e che tu potresti essere la sua vittima sacrificale, cioè che potrebbe usarti come moneta di scambio per continuare a delinquere impunito, magari ci pensi due volte prima di entrarvi.
Sono, le argomentazioni addotte dagli utilizzatori degli informatori, entrambe deboli e facilmente contrastabili:
1. La malavita opera per compartimenti stagni. C’è una cortina di ferro tra la piccola e la grande criminalità. Il reo da strapazzo conosce, al più, quel che combinano quelli del suo calibro, ma viene tenuto alla larga dal cosiddetto giro grosso, di cui ne sa certamente meno dei gendarmi. Quindi il delatore può condurre all’arresto di fuorilegge del suo stesso peso. Il ladruncolo può denunciare soltanto altri piccoli ladruncoli ‒ che magari gli fanno concorrenza ‒ e dunque viene meno la prima giustificazione dei gendarmi, basata sulla teoria della rete da pesca: le maglie larghe lasciano passare i peschi piccoli e trattengono soltanto quelli grossi.
2. Il potenziale delinquente comincia a delinquere in barba a una serie di barriere supposte assai più repulsive che non il timore d’incappare in un informatore: la prospettiva di un carcere dove la pena detentiva è maggiorata di supplizi illegali eppur tollerati quando non istigati dal sistema carcerario. Si pensi alle violenze da parte di guardie e detenuti, non escluso lo stupro, ormai banalizzato a una sorte di rito d’accoglienza o di pedaggio al quietovivere tra le sbarre. Oppure si pensi, tra le supposte deterrenze a delinquere, all’inefficienza di una giustizia (g minuscola, appunto) che ricorre a barbarie quali la detenzione preventiva prolungata oltre i limiti della decenza o un costo della giustizia che la nega ai meno abbienti. Oppure, altro elemento che dovrebbe svogliare dal delinquere, l’emarginazione sociale permanente che attende il reo all’uscita dal carcere. Ebbene, se tutti questi scenari infernali, e in gran parte criminali quanto e più dei crimini che pretentono contrastare e punire, non dissuadono dal violare la legge, perché dovrebbe riuscirci il timore degli informatori?
3. Il ricorso agli informatori riduce progressivamente l’efficienza degli investigatori, sia a livello di polizia giudiziaria sia di magistratura. Anche questi operatori di giustizia pagati dallo Stato sono infatti tenuti a garantire un minimo di produttività. Se il cittadino, taglieggiato dai ladruncoli e vessato dagli aggressori, di quando in quando non ne vede qualcuno sbattuto in prima pagina cade vittima della sindrome dell’insicurezza sociale. Intendiamoci, non che al Potere questo senso di paura del prossimo dispiaccia: il cittadino spaventato spende un sacco di soldi in catenacci, blindature, telecamere, pedaggi ai vigilanti privati eccetera; inoltre nel cittadino impaurito scattano riflessi d’ordine e domande di sicurezza che gli demoliscono ogni aspirazione di autonomia, di libertà e di riservatezza. Ma è questione di misura: i politici impongono a gendarmi e magistrati di non tracimare oltre il livello di guardia, cioè oltre la perdita delle elezioni a beneficio di nuovi politici che promettano un ordine più severo.
4. La filosofia permissiva che genera gli informatori, malapianta coltivata discretamente nelle segrete delle caserme e dei palazzi di giustizia, indegna di essere codificata in leggi dello Stato, è la stessa che ha generato la categoria dei cosiddetti collaboratori di giustizia, questa sì codificata e accettata dall’amoralità corrente. Mentre Mister X si limita a rubacchiare nelle scuole, il candidato a diventare quel collaboratore di giustizia issato alla formalità del codice penale, ammazza, massacra, tortura. Arriva a sciogliere i bambini in una vasca da bagno piena d’acido. Giunge a seppellire un bambino per punirne il padre. Con i collaboratori di giustizia sparisce ogni scala valoriale del crimine: gendarmi e polizia accolgono a braccia aperte ogni genere di pentito, cui propongono un baratto che orripila ogni servitore della Giustizia: accusa i tuoi compari e io avrò per te un occhio di riguardo, se non addirittura la remissione di ogni colpa.
5. Grazie al massiccio ricorso a informatori e pentiti ogni criminale, quando si mette male e non ha altre risorse, può sempre ricorrere ai confessionali disseminati nelle caserme e nei palazzi di giustizia: ti penti, confessi, spii e l’assoluzione ti arriva sicura, a volte senza previa penitenza e completa, in senso letterale: un passaporto con nuove generalità, un vitalizio, un biglietto per una spiaggia lontana, al sole dei tropici.
Dove sono finiti i bravi investigatori che riuscivano a fare bene il loro lavoro senza bisogno di condividere, quantomeno per diserzione dal dovere accusatorio e punitivo, i peggiori crimini dei peggiori criminali?
Dove sono finiti i bravi cittadini, ringhiosi mastini di una Giustizia dai metodi irrinunciabilmente etici e dagli esiti consoni a uno Stato diritto?

 

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