.
Gian Carlo Scotuzzi
 
 

 

L’EUROPA DEI SANT’UFFIZI

 

Gli Stati si precostituiscono l’alibi alla censura preventiva

Ecco il paralogismo che parlamenti proni ammanniscono al popolo per il tramite di pennivendoli rotti anche a questa bisogna che abiura ogni residuo di deontologia.

La catena illogica è formata da 8 anelli e trascina un velo coprente eventi che i governi decidono di tenere segreti ai cittadini.

1° anello: l’invasione degli immigrati.

Gli odierni Minculpop (sigla eponima del ministero propagandistico di Mussolini) non possono negare lo spropositato fenomeno migratorio che ha stravolto e continua a scombussolare ogni borgo europeo. E non possono neppure spiegarlo, giacché implicherebbe ammettere le loro responsabilità di aggressori coloniali. Già: milioni di disperati approdano in Europa perché sospintivi dai governi europei, con le buone e con le cattive. Con le buone, mirabolando a disoccupati o sottoccupati la prospettiva di accasarsi nel Vecchio Continente e di godervi quell’assistenza sociale e quel dignitoso reddito che a casa loro sono negati. Si tratta d’una promessa quantitativamente falsa, giacché le aziende pubbliche e private europee non possono dare lavoro decente e decentemente retribuito a  tutti gli immigrati che calamitano, né possono accoglierli tutti in condizioni logistiche degne. Ma questo eccesso di offerta di lavoro extracomunitario sulla domanda è parte della strategia per metterlo in concorrenza con i lavoratori autoctoni e dunque tenere bassi i salari di tutti.
E poi l’Europa attira africani, mediorientali e asiatici con le cattive: ha bombardato le loro città e li ha massacrati a centinaia di migliaia; ha distrutto ogni cosa, dalle case alle strutture produttive alle infrastrutture statali, montando deportazioni bibliche. Le vittime dei neocolonialisti della NATO hanno assunto dimensioni genocidarie, computando tutte le aggressioni decennali, dall’Iraq all’Afghanistan al Sudan alla Libia alla Siria.
Tacendo o addossando alle vittime le colpe di tanti massacri, i Minculpop hanno sedimentato, in un’opinione del resto incline a interpretare le tragedie nella chiave che la assolve da ogni complicità quantomeno passiva, la persuasione che non di deportazioni si tratti bensì dell’esercizio della libera scelta di ogni lavoratore del mondo di cercare occupazione dove gli pare.
Una seconda, colossale menzogna che il Minculpop inculca nel popolo credulone è questa: gli immigrati vengono a svolgere mansioni che ormai i nostri giovani si rifiutano di fare. Falso: vengono a fare gli operai in fabbriche dalle quali i padroni hanno cacciato gli operai europei, per sostituirli con braccia di colore fresche; oppure gl’immigrati vengono assunti al posto dei giovani europei, meno riluttanti ad accettare condizioni di lavoro e retribuzioni che vanno peggiorando. In tutti questi casi gli immigrati non integrano la forzalavoro nostrana, ma la rimpiazzano.
È vero invece che gli immigrati si prestano, soprattutto al Sud, a svolgere lavori in condizioni di semischiavitù. Ma è innegabile che questa regressione a servi della gleba non sarebbe possibile senza l’importazione di miserabili, asserviti dalla latitanza legale e vigilante dello Stato.
Terza bugia propalata dai Minculpop: dobbiamo essere grati all’ondata immigratoria, perché i lavoratori di colore, con i loro contributi versati agli istituti di previdenza, «pagano la pensione ai vecchi europei». Falso, perché il medesimo meccanismo funzionerebbe meglio se le sitibonde casse delle previdenze pubbliche fossero rimpannucciate da giovani europei assunti regolarmente, invece che da forestieri che lo sono poco, grazie agli incentivi fiscali offerti alle aziende, o non lo sono per nulla, in conseguenza di arruolamenti in nero.

2° anello: gli immigrati sono pericolosi.

Un pericolo che deriva dalla supposta solidarietà, o quantomeno discreta compiacenza, di molti di loro nei confronti dei pochi che praticano il terrorismo.
L’assunto ha un fondamento di verità, ma poggiante su un presupposto che, se esplicitato, diventa accusatorio nei confronti di chi lo formula. Il microterrorismo degli immigrati, tale definibile perché provoca in casa nostra un numero risibile di vittime comparato a quelle che noi abbiamo provocato a casa loro, è classificabile come violenza ritorsiva. Gli attentati dei mussulmani in Europa sono compiuti nella convinzione di riparare un torto, di fare un minimo di giustizia; un minimo quasi simbolico, giacché, per pareggiare i conti, ci vuol altro che qualche bomba artigianale o una scorribanda camionistica su folle festanti: molti immigrati ritengono che, per equilibrare torti e ragioni, i mussulmani dovrebbero venire con gli aerei più sofisticati del mondo a sganciare tonnellate di bombe ‒ anche chimiche, anche all’uranio, anche al fosforo, anche miniatomiche come in Afghanistan ‒ su Roma, Milano, Parigi, Londra, Berlino eccetera.
Certo, i microattentati sono infamie da condannare senza esitazioni né attenuanti, ma noi cittadini europei, mandanti dei governi guerrafondai colpevoli di maxiattentati, siamo grotteschi quando saliamo sul pergamo a lanciare anatemi contro i sopravvissuti ai nostri massacri.

3° anello: più immigrati uguale a più terroristi.

Equazione indubbia.

4° anello: i terroristi immigrati sono in gran parte disarmati.

Innegabile: sono pezzenti affamati che non hanno soldi per comprarsi armi, né oserebbero comunque portarsele in viaggio, controllati come sono dalle guardie confinarie. Le quali, se consentono loro di sbarcare sulle nostre coste quando non vanno addirittura a imbarcarli al largo delle coste loro per essere sicuri che arrivino qua e ci arrivino in gran numero, accertano quantomeno che questi deportati siano inermi.

5° anello: i terroristi immigrati devono ricorrere ad armi improprie.

O quantomeno ad armi proprie usate in modo improprio, come coltelli da cucina e simili. Quanto a camion e auto, la loro classificazione tra gli “strumenti impropri di morteˮ è dubbia, visto che i veicoli stradali già uccidevano, molto prima degli sbarchi immigratori, cinquantamila persone l’anno in tutta Europa. Armi di distruzione di massa, dunque, ma da sempre brandite da cittadini bianchi.

6° anello: le armi improprie hanno effetti terroristici limitati.

Salvo i camion impazziti, cui ormai è imposta la camicia di forza delle barriere di cemento armato, con armi da taglio, bombe artigianali e bastoni uccidi ben poco.

7° anello: i terroristi sfruttano i media.

Un attentato con poche vittime non sconvolge più di tanto una pubblica opinione che tende ad avvezzarsene. Non abbiamo forse fatto il callo alle nostre “missioni umanitarieˮ macellanti e mutilanti a centinaia di migliaia? Siamo popoli di piagnoni infantili, che si emozionano soltanto a comando mediatico, incapaci di valutare autonomamente le uccisioni sia per movente sia per entità e dunque siamo inerzialmente indifferenti a tragedie non celebrate dalla tivù. Siamo pronti a imbestialirci quando la vittima d’una violenza viene coralmente pianta sullo schermo sino ad essere elevata a martire. Su questa propensione del popolo ad assumere ruolo di prefica, sia pur a esclusiva gratificazione personale, i terroristi islamici fanno conto. Sono consapevoli che la coltellata inferta a un passante inneggiando ad Allah sconvolge mediaticamente assai più di 100 coltellate uxoricide.

8° anello: per svogliare attentati o quantomeno attenuarne l’effetto  bisogna metter loro la sordina mediatica.

Se neghi visibilità e fomite emozionale a una bomba terroristica la riduci a petardo, se la neghi a una pugnalata ne riduci gli esiti a taglietti. Eliminando la rappresentazione dell’evento, fai sparire o minimizzi la sostanza. È lo stesso principio adottato dalle truppe coloniali inquadrate nella NATO: possono coventrizzare intere città, possono bruciare al napalm e sbrindellare intere popolazioni, possono torturare e giustiziare i prigionieri, possono affamare i popoli, insomma possono fare quel che gli pare purché abbiano il buon gusto di non andarlo a dire e far vedere in tivù. Magari tutti questi crimini prima o poi diventano di dominio pubblico, ma un conto è sapere che un delitto è stato commesso, altro è emozionarsene. Nel primo caso il popolo non fa una piega, nel secondo si agita e invoca pena di morte immediata e senza processo del presunto assassino.

Tirando la catena di questi anelli si perviene ‒ sempre nella mente dei legislatori ‒ alla necessità di tacere o ridimensionare il terrorismo del nemico. La formula si adatta anche a quei massacri che sono l’esito di inadempienze statali, com’è accaduto a Londra con l’incendio del condominio edificato con componenti infiammabili e poi negletto sotto il profilo dell’adozione di misure cautelative e dell’attenzione agli allarmi lanciati dagli inquilini. Benché sia stato subito evidente che i morti sfioravano il centinaio, i pennivendoli hanno obbedito ai  censori governativi che li hanno ridotti a una dozzina, almeno per il tempo necessario a sbollire animi indignati.
I governi Oltremanica sono rotti a questo genere di censura, legalmente (ma non costituzionalmente) consentita da una grida del 1912, chiamata D-Notice, rinnovata nel 1993 con la sigla DSMA (Defense and security Media Advisory Notice). Solo dal 1997 al 2008 (uniche statistiche disponibili) i capi di governo vi hanno fatto ricorso 30 volte.
La Francia si è avviata sulla stessa strada, spianata da una legislazione d’emergenza che, più che contrastare il terrorismo, mira a impedire pretestuosamente le manifestazioni di dissenso contro provvedimenti riduttivi dei diritti dei lavoratori e contro lo smantellamento dello Stato sociale. Gli altri Paesi seguono a ruota.
Ma quando i capi di governo si radunano per concordare tali censure generalizzate omogenee, l’attenzione dei media, dunque del popolo, è dirottata sui vandalismi di gruppuscoli impuniti: provvidi idioti, se non sempre mercenari.

 

© GIAN CARLO SCOTUZZI

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE

 
x