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STAMPA ESTERA
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DA MONDIALISATION.CA

 

Siria vittoriosa

 

di Bruno Guigue *

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Come in un mattino che si annuncia sereno, il paesaggio in Siria si rischiara poco a poco. All’attacco ovunque, l’esercito nazionale ha riconquistato migliaia di chilometri quadrati di territorio a est di Aleppo, a Homs, a Damasco e si appresta a riprendere il totale controllo dei confini con la Giordania e l’Iraq, tradizionali luoghi di transito dei mercenari venuti a devastare la culla della civiltà per un pugno di petrodollari. Ripristinando la sovranità dello Stato sul territorio nazionale, questo coraggioso esercito di reclute rappresenta un insulto per quelli che sognavano di distruggere la recalcitrante Siria, di farla a pezzi perché osava mandare a monte i loro piani neocoloniali.
Vittorioso dopo la liberazione di Aleppo, sul piano militare, lo Stato sovrano della Siria s’impone anche sul piano politico. È ormai lontano il tempo in cui Le Monde diplomatique prevedeva, senza tema di cadere nel ridicolo, un esilio dorato della famiglia Assad in una qualche zona della Siberia. Il presidente siriano ha visto sfilare tutti gli avversari che salmodiavano le medesime stupidità su un Paese di cui non sapevano nulla. Secondo gli Occidentali la partenza di Bachar Al-Assad era il presupposto per la soluzione della crisi. In realtà, era vero il contrario. La resistenza dello Stato siriano, di cui il presidente è chiave di volta, esigeva che rimanesse. Altri se la sarebbero data a gambe, Assad no, è rimasto al suo posto, e ha fatto bene.
Fervente ammiratore di Al-Qaeda, Laurent Fabius riteneva che lo Stato siriano «non meritasse di stare sulla terra». Convinzione infelice! Giacché, mentre Fabius coltiva il proprio etilismo mondano al Consiglio Costituzionale, Assad è sempre al comando a Damasco. Il suo esercito sta eliminando il coacervo di gruppi settari che l’ex ministro francese avrebbe voluto trionfassero, e il popolo siriano assapora la rinata speranza di uscire dalla guerra. Ciò che colpisce nei dirigenti occidentali è la propensione a parlare troppo presto. Per sei anni la stampa occidentale, ligia agli ordini, ripeteva, come un mantra, l’imminente affossamento del regime siriano. Per loro fortuna i giornalisti non sono pagati a risultato.
Per capire le ragioni che la resistenza siriana oppone a un’offensiva internazionale senza precedenti, sarebbe bastato consultare fonti affidabili e far ricorso alla propria capacità critica. Mentre le officine di propaganda mediatica sostenevano che un popolo unanime si rivoltava contro il tiranno, in marzo e ottobre 2011 su Al-Mayadeen si potevano vedere gigantesche adunate popolari a favore del “governo e delle riforme”. La folla inondava le strade di Damasco, Aleppo, Tartus e altre città proclamando fedeltà allo Stato nazionalista laico e il rigetto della sharia wahhabita. I media occidentali però preferivano puntare le telecamere su raggruppamenti di barbuti, facendoli passare per sollevamenti popolari.
Fatti fondamentali, indispensabili per capire gli avvenimenti, ci sono stati taciuti; ci veniva invece somministrata una narrazione dei “fatti” che consisteva nel fabbricarli per i bisogni della causa. Per esempio, i “ribelli moderati” massacravano famiglie di funzionari baathisti, e questi orrori venivano imputati all’esercito nazionale che, è dato per scontato, “tira sui civili”. Con i “neocon” di Washington al comando, questo tipo d’inganno era tuttavia più che prevedibile. «Mentre voi parlate della realtà che noi fabbrichiamo, noi fabbrichiamo una nuova realtà», diceva Karl Rove, consigliere di George W. Bush nonché raffinato apostolo del “caos costruttivo”.
Fortunatamente, giunge sempre il momento in cui la prova dei fatti dissipa le menzogne più grossolane. Diventa difficile ripetere le consuete scempiaggini quando le popolazioni manifestamente fuggono le zone ribelli, quando l’esercito riconquista poco a poco il territorio nazionale, quando è lampante che il governo siriano gode del sostegno senza tentennamenti degli alleati. Dopo aver rinunciato alla formula rituale del “regime allo stremo”, la stampa occidentale ha abolito anche l’abituale ironia sulle “vittorie ingannevoli” di Damasco. Giusto per divertirci, avremmo dovuto conservare le centinaia d’articoli che spiegavano come russi e iraniani stessero per “mollare Bachar” e come il “despota” fosse cotto a puntino. Solamente Jean-Pierre Filiu si ostina a ripetere come un disco rotto che «non c’è più un esercito siriano». Su quale pianeta abita Filiu?
Vittoriosa sul piano militare di fronte alle milizie takfiriste, sostenuta dalla maggioranza del popolo siriano che vuole che questa tragedia finisca, confortata da un gioco di alleanze propizio, la Siria sovrana intravede la fine del tunnel. Non essendo l’imperialismo abituato a mollare facilmente la preda, la strada sarà ancora lunga. L’evoluzione favorevole della “guerra del deserto” consente però di sperare in un’accelerazione degli eventi. Combattimento di retroguardia di una potenza in declino, le provocazioni militari USA non potranno modificare la situazione. L’ultima aggressione, che ha visto un SU-22 siriano abbattuto da un F-16 presso Racca, ha avuto come unico esito il siluramento delle velleità di cooperazione russo-americane contro Daesh; Mosca ha infatti annunciato che qualunque mezzo aereo straniero d’ora in avanti sarà sotto la mira dalla DCA russa (sistema di monitoraggio anche aereo, ndt).
La provocazione USA ha altresì indotto gli iraniani a effettuare il loro primo lancio missilistico contro Daesh in territorio siriano. Nel momento in cui il braccio di ferro con Washington raggiunge una certa soglia critica, la discrezione nell’impegno militare, finora dimostrata da Teheran, diventa fuori luogo. In realtà, quest’innalzamento di tensione è utile a Damasco, perché gli permette di condannare ancora più fermamente la presenza occidentale sul proprio territorio e perché, a ogni provocazione USA, l’alleato russo mette in gioco la propria credibilità. Anche se riuscissero a prendere Racca, gli alleati arabo-curdi degli Stati Uniti si ritroverebbero con un pugno di mosche e l’esercito siriano la riprenderebbe in breve tempo. Cacciato in un futuro non lontano dalle sue pseudo capitali (Mosul e Racca), privato delle vie di rifornimento, preso in tenaglia dalle forze irachene e siriane, Daesh naviga in cattive acque.
E non è tutto. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha recentemente fornito preziose informazioni sul sostegno d’Israele ai ribelli siriani che assicurano la guardia ravvicinata del Golan occupato. Poco preoccupato della sorte di questi soldati delle truppe ausiliarie, il giornale della finanza newyorkese ironizza sul “cash” percepito dai capi milizia. Quando Damasco avrà finito con Daesh, questi collaboratori dell’occupante avranno motivo di preoccuparsi. Quanto agli pseudo-difensori della causa palestinese, che chiedevano armi per la “ribellione siriana”, faranno proprio la figura degli stupidi. «Provocare la caduta di Bachar Al-Assad è il miglior modo per proteggere Israele», scriveva Hillary Clinton. Dopo sei anni di menzogne cade la maschera. La Siria ha affrontato l’invasore sionista nel 1948-49, 1967, 1973 e 1982 e mai ha capitolato. Oggi, l’ora della verità si avvicina, ma già si conosce chi avrà partita vinta.

 

* Bruno Guigue
Ex allievo dell’Ecole normale supérieure e dell’Ecole nationale d’administration (ENA), ex alto funzionario francese. Studioso di filosofia politica e analisi politica, è autore di numerose opere, tra cui Aux origines du conflit israélo-arabe, L’invisible remords de l’Occident, Faut-il brûler Lénine ? e Les Raisons de l’esclavage, pubblicate da L’Harmattan. Autore di cronache di politica internazionale, ha pubblicato centinaia di articoli tradotti in otto lingue e diffusi da decine di siti d’informazione indipendenti.

 

ORIGINALE:

Victorieuse Syrie

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