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STAMPA ESTERA
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DA AFRIQUE ASIE N. 139 (PER ABBONATI)

Elezione di Emmanuel Macron: con i complimenti di CAC40, NATO e Françafrique

di Bruno Guigue

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Salvo che per quelli che credono ancora nelle virtù della democrazia borghese, la vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali non è stata una sorpresa. Il damerino della finanza non solo è stato cooptato dall’oligarchia; il cantore dell’uberizzazione della società non solo è stato coccolato dai media, in mano a un pugno di miliardari; come se tutto ciò non bastasse, in dirittura d’arrivo c’è toccato assistere a una campagna di marketing impressionante. Promozionato sul mercato come una saponetta, il bellimbusto del CAC40 [principale indice di borsa francese, ndt] ha lanciato una vera e propria OPA sull’Eliseo.
Vittima di dubbie vicende, l’elezione di Fillon è esplosa in volo. L’evizione del candidato di destra ha prodotto due conseguenze: ha aperto uno spazio politico al social-liberalismo di Macron e ha regalato il secondo posto a Marine Le Pen. Al secondo turno, la barricata contro la Le Pen ha svolto il proprio ruolo alla perfezione. La strategia dello spauracchio dell’estrema destra, elaborata negli anni Ottanta da François Mitterand, possiede una virtù insostituibile. Di fronte alla bestia immonda, trasforma chiunque in eroe nazionale.
Emmanuel Macron ne ha pienamente beneficiato e il cicisbeo, che si spolmonava nei meeting, sovrastato dagli applausi telecomandati di groupie imberbi, è divenuto il salvatore della democrazia. L’evocazione anacronistica del pericolo fascista, la sequenza mediatica Oradour-sur-Glane [borgo francese dove, il 10 giugno 1944, furono trucidate 642 persone per rappresaglia per l’uccisione di un comandante delle SS da parte dei maquisard. Il paese, poi incendiato, non è stato ricostruito e oggi è un museo all’aperto, ndt], la colpevolizzazione dell’elettorato di sinistra hanno fatto meraviglie. Giocando sulla paura del Front National, Macron ha ottenuto i due terzi dei suffragi. Le anime candide della sinistra boboïsée [da bobo, borghese pseudo anticonformista. Il termine è composto dalle prime due sillabe di bourgeois (borghese) e bohème, ndt] non hanno perlomeno brandito invano lo spauracchio lepenista.
Sfidando le leggi dell’aritmetica, queste buone anime spiegavano che Marine Le Pen avrebbe potuto essere eletta, che lo spettro del 1933 non era poi così remoto, che gli astensionisti erano irresponsabili. L’unico risultato di questo lavaggio del cervello sono stati i dieci milioni di voti in più ottenuti dal candidato della finanza. Con mezzi colossali a disposizione, l’operazione di marketing è stata coronata da successo. Ha trasformato un’elezione piena d’ostacoli in un plebiscito, ha fatto d’un banchiere d’affari il presidente della repubblica. L’essenziale è stato messo al sicuro. Vinto il fascismo, si è potuto finalmente smettere di avere una fifa boia.
La prima allocuzione del nuovo presidente ha rispecchiato la sua elezione-bidone. Dal blabla pubblicitario è passato a un ritornello insipido in cui si può trovare di tutto, un filo d’acqua tiepida in cui tutti possono ascoltare ciò che desiderano sentirsi dire. Con la nomina del governo si comincia però a fare sul serio. Scelto tra i giovani lupi della destra neoliberale, il nuovo primo ministro [Edouard Philippe] rappresenta già di per sé un simbolo. Il suo curriculum vitae, fatto di lucrosi andirivieni tra pubblico e privato, brilla grazie a un vero gioiello. Dopo il Don Juan del CAC40, ecco il lobbysta radioattivo.
Dal 2007 al 2010, Edouard Philippe è stato direttore della comunicazione e degli affari pubblici di Areva [multinazionale francese che opera nel campo dell’energia, specialmente quella nucleare, di cui lo Stato francese detiene oltre il 90% del capitale, ndt]. In parole chiare, la sua mansione consisteva nel fare lobbying, in particolar modo nei confronti di parlamentari devoti alla causa del nucleare. Secondo l’Osservatorio del Nucleare, è in questo periodo, ossia il 13 gennaio 2008, che è stato firmato l’accordo tra Areva e il governo del Niger per lo sfruttamento dei giacimenti d’uranio. Quest’accordo è contestato dal movimento dei tuareg, in rivolta contro il potere centrale di Niamey.
Il prezioso minerale è venduto dal Niger a infimo prezzo e i magri ricavi non vanno a beneficio della popolazione. I giacimenti si trovano in zone dove tradizionalmente vivono i tuareg, sicché costoro si sentono raggirati. Si può dire quindi che i tumulti che agitano la regione del Sahel siano connessi alla politica di una multinazionale di cui Edouard Philippe è stato il VRP [Voyageur Représentant Placier, agente di commercio, ndt]. È stata l’alleanza fra alcuni tuareg e gli jihadisti, nel 2013, a offrire il pretesto per l’intervento militare francese. Certo non è un caso che la prima visita africana di Macron sarà in questo Paese.
La sequenza politica appena terminata, pur non suscitando entusiasmo, è tuttavia ricca d’insegnamenti. Già l’elezione al forcipe di un tele-evangelista, formatosi da Rothschild, è stata segnacolo di una nuova era. La nomina a Matignon [sede del primo ministro, ndt] di un VRP dell’industria nucleare, dal patrimonio discutibile, è un altro indizio. La volatilità delle etichette politiche e la proliferazione dei cambiamenti di casacca, sullo sfondo del calderone politico in subbuglio con l’approssimarsi delle elezioni legislative, fanno parte anch’esse del panorama macroniano.
Marx diceva che, nel regime capitalista, il governo è il «consiglio d’amministrazione degli affari della borghesia». Facendo man bassa all’Eliseo, il giovane banchiere opera una sintesi tra i differenti segmenti dell’oligarchia. A cominciare dall’estate 2017, questa sacra unione della classe dominante sarà sancita sulle spalle dei lavoratori. Ex DRH (Directeur des ressources humaines, direttore delle risorse umane, ndt) di Dassault-Systèmes, la nuova ministra del Lavoro [Muriel Pénicaud, ndt] ha nominato capo di gabinetto l’ex vicedirettore del Medef [Mouvement des entreprises de France, equivalente della Confindustria italiana, ndt]. Se otterrà una maggioranza parlamentare, questa banda farà a pezzi il codice del lavoro.
Al contrario, chi possiede capitali non avrà di che lamentarsi del nuovo governo. Un esempio? Parigi ha da poco chiesto l’annullamento di una riunione per l’istituzione di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie [TTF, ndt] europea. Secondo Oxfam-France [Oxfam è una confederazione internazionale cui sono affiliate ONG presso molti Paesi, spesso denominate con il nome Oxfam seguito da quello del Paese, ndt], un accordo su una TTF europea era a portata di mano e la Francia avrebbe avuto l’occasione d’agire nell’interesse generale. L’audacia di Macron però svanisce se si tratta di porre un freno alla speculazione finanziaria e di rosicchiare privilegi ai ricchi.
Il nuovo presidente ha dato il la anche in politica estera. Autoinvitandosi in Sahel, si è conformato alla Françafrique. Con il pretesto della lotta al terrorismo, il saccheggio neocoloniale del continente africano ha ripreso vigore. Il bellimbusto dell’Eliseo fa il duro mentre stringe la mano al miliardario newyorkese, ma la realtà della politica del presidente è eloquente. Non se ne dispiaccia la stampa francese adulatrice, l’indipendenza che Macron rivendica non è altro che fumo negli occhi.
Per fronteggiare una minaccia immaginaria, le truppe francesi partecipano alle manovre NATO nei Paesi baltici. Quando ha incontrato il presidente russo, il cicisbeo dell’Eliseo ha ripetuto la trita e ritrita “fake” dell’arma chimica, poi ha ricevuto l’opposizione siriana “off-shore”, paravento di quei terroristi moderati di cui l’intellighenzia parigina va pazza. La presidenza di François Hollande ha battuto il record delle compromissioni con i mercanti d’armi, le monarchie corrotte, i “ribelli moderati” e i neocon di Washington. Come la sfinge sta ora rinascendo nella presidenza Macron.

 

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