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Gian Carlo Scotuzzi
 
 

 

MILANO

Primo Maggio dei miracoli

Cronaca delle manifestazioni per la festa dei lavoratori e di quella per avversare Expo 2015. E delle prevedibili, spettacolari e scarsamente contrastate scorribande dei Black Bloc.

Piazza Fontana è un rettangolo di 50 metri per 60, dentro cui è incistata una sottopiazzola alberata di circa 35 metri di diametro. La piazza è prediletta dai micro-raduni. Piace al potere, perché, pur in centrissimo, è defilata dal flusso principale dello shopping e degli affari; piace agli organizzatori con scarso seguito perché bastano poche persone a saturarla, in modo da spacciare alla stampa un numero di partecipanti multiplo di quelli reali. Tempo fa, a una manifestazione contro la guerra in Siria, Piazza Fontana era uno sventolìo di bandiere rosse. Contai i partecipanti: 43, me compreso. Tutti concentrati nella sottopiazzola, a corolla della fontana centrale, che ha un diametro di 6 metri. Togliete gli alberi e altri ostacoli, come la pensilina delle fermate dei tram e i parcheggi di moto e bici, e avrete un’idea della superficie calpestabile di Piazza Fontana. Cioè di quante persone ci stanno. I numeri sono indispensabili per valutare una manifestazione politica. Anzi, sono il dato essenziale, come la conta dei voti in una competizione elettorale.
La manifestazione che oggi è approdata in Piazza Fontana è stata organizzata da Cgil-Cisl-Uil. Sodalizi dai numeri piccini: messi insieme, dichiarano cinque milioni d’iscritti, un lavoratore su cinque. Però oltre la metà degli iscritti sono pensionati, cioè ex lavoratori, che conferiscono al sindacato un alone consensuale ma scarso potere negoziale. I pensionati non scioperano. E dei restanti 2,5 milioni d’iscritti non si sa quanti siano i disoccupati o gli occupati che non hanno rinnovato l’iscrizione. Per dire che, se va bene, Cgil-Cisl-Uil rappresentano un lavoratore su dieci.
Niente male, se questo decimo fosse tosto e combattivo. Ma è tutto il contrario: fa quasi sempre il crumiro. Non si disturba neppure per partecipare al più importante e storico appuntamento annuale: la festa del primo maggio, occasione per mostrare i muscoli del movimento operaio e combattere con piglio i rinnovi contrattuali e le ristrutturazioni aziendali che creano disoccupazione e peggiorano le condizioni di lavoro.
Se così non fosse, se cioè anche soltanto un decimo dei lavoratori si fosse mantenuto saldo in quegli ideali che per oltre un secolo hanno perseguito ideali egualitari ed emancipativi, stamane Piazza Fontana sarebbe zeppa. Quella di stamane è una manifestazione regionale, perbacco, per la quale il sindacato si è mobilitato alla grande, noleggiando parecchi pullman per fare arrivare qua gli operai da lontano. Dovrebbero esserci almeno centomila persone, ovviamente non qui, in questo ghetto, ma in una piazza adeguata, per esempio Piazza Duomo.
Invece sono poche centinaia, aggrumate nello spicchio di piazza a ridosso del portone del vescovado, dinanzi a un palco presidiato dai vigili col gonfalone municipale. I dirigenti sindacali vi si accalcano, inconsapevole esibizione d’impotenza, analoga a quella dei micropartiti che testimoniano gli ultimi rantoli del comunismo italiano; le truppe hanno disertato ma il quartier generale resta affollato di generali.
Per rigor di cronaca segnalo la stima partecipativa confidata da un funzionario di polizia: meno di un migliaio. «Ma prima che il corteo si dividesse in due, erano molti di più, forse poco meno di 10 mila», aggiunge. Dove sono finiti tutti gli altri?
Alla manifestazione di Cgil-Cisl-Uil ha aderito una decina di sigle politiche, tra le svariate che sopravvivono nel Milanese. Alcune hanno dimensioni ultralillipuziane: ci sono partitelli con meno di dieci militanti. Ma Cgil-Cisl-Uil non possono permettersi di discriminare sigla alcuna, neppure la più dimensionalmente infima o grottesca nella pomposità dei suoi dirigenti. Né di respingere adesioni incoerenti. Per esempio quelle di Rifondazione Comunista e del Partito Comunista d’Italia, i cui vessilli garriscono, oltre che qui, anche nelle altre due manifestazioni odierne di cui stiamo per dire e le cui parole d’ordine sono antitetiche, quando non antagoniste, rispetto a quelle dei tre sindacati confederali. Qui si inneggia ‒ pur con riserva ‒ all’Expo, considerata un’«occasione per Milano» e dunque è bene, là si sostiene che «Expo è uguale a mafia» e dunque è male. Ebbene, come possono questi due partitelli (che alle ultime elezioni non hanno raggiunto la soglia minima di voti per entrare in parlamento), dire qui, in Piazza Fontana, il contrario di ciò che affermano in altre piazze della città?
Il corteo sindacale è partito circa due ore fa da Porta Venezia, a meno di due chilometri da qui. Ma a tre quarti del percorso si è biforcato: il troncone guidato da Cgil-Cisl-Uil ha fatto rotta verso il palco davanti al vescovado, l’altro, composto da sigle solidali con i lavoratori ma critiche verso Expo, è approdato in Largo Richini. I plotoni di Rifondazione e del Partito Comunista d’Italia si sono a loro volta divisi in plotoncini: gli uni hanno seguito la processione di Cgil-Cisl-Uil, gli altri si sono imbrancati in quella di Lotta Comunista e altri sodalizi dissidenti dai sindacati.
Restiamo in Piazza Fontana. Poche centinaia, come detto a stima mia (o meno di un migliaio, a stima del funzionario statale): in ogni caso c’è da dubitare che tutti i passeggeri dei pullman noleggiati dal sindacato (e parcheggiati a pochi passi, in via Larga) abbiano ricambiato la cortesia degli organizzatori, che offrono viaggio e pranzo.
Gli oratori si alternano nella reiterazione di slogan che non sembrano entusiasmare l’uditorio. Sì all’Expo – dicono – che è una grande occasione per Milano e l’Italia, però «ricordiamo a Renzi che questa fiera campionaria non è stata realizzata da lui, bensì da tutti i lavoratori…» E poi appelli all’unità, alla mobilitazione contro il disegno del padronato, alla lotta in difesa del posto di lavoro…
L’uditorio presto si frammenta in conversazioni, passeggiatine, capatine alla fila di tre gazebo che coprono gli scaldavivande e una tavolata con pile di piatti di plastica. Dietro la tovaglia bianca cuochi e camerieri in divisa professionale, grembiule viola. Niente volontari bonari e malvestiti, stile Festa dell’Unità, ma servitori-dipendenti (da una società di catering) ligi alla consegna. «No, è presto per mangiare, serviremo all’ora stabilita. No, non è gratis, bisogna presentare il buono.»
Gli oratori ricorrono a tutte le consumate tecniche istrioniche per emozionare la platea: dal repentino innalzamento di voce al richiamo all’orgoglio per gli antichi fasti del sindacato, dalle rispettose frecciatine al potere alle battute di spirito. Macché: i battimani sono rari e mosci. «Abbiamo pur sempre un governo di sinistra, no?» sbotta un anziano a due giovani irridenti il «berlusclone Renzi».
Una donna accarezza la chioma candida del marito in carrozzina, gli si china all’orecchio, gli racconta quel che succede, come se lui fosse ipovedente o ipoacusico. Altri anziani e anzianissimi assentono di condivisione verso il palco, rigidi in posture riflessive, gli occhi immagoniti. È dura, per chi per una vita ha affidato al sindacato tante speranze di emancipazione e riscatto, vederlo ridotto così. Sì, i vegliardi sono tristi, sembrano a un funerale più che a una festa. E siccome gli anziani qui sono maggioranza, ecco spiegato il mortorio generale.
Finalmente i grembiuli in viola iniziano a ritirare buoni-pasto e a riempire piatti. Le panchine sono rare, si mangia in piedi, spasseggiando il piatto di plastica per gli ampi slarghi deserti della piazzetta.
Il troncone dissidente del corteo si è aggrumato a circa mezzo chilometro da qui, in linea d’aria, nell’appendice asfaltata di Largo Richini, dinanzi alla chiesa di San Nazaro Maggiore. È uno slargo lungo 70 metri e vasto, nel suo spancio maggiore, circa 25 metri. Tenuto conto che è in buona parte vuoto, la superficie residua non può accogliere più persone di quante se ne siano stimate in Piazza Fontana.
In Largo Richini stanno ora sta ascoltando un oratore dall’accento straniero, che sostiene la causa degli immigrati. Dice che sono indispensabili al nostro Paese perché si adattano alle mansioni disdegnate dagl’italiani. In ogni caso, argomenta, gl’immigrati ripagano, con i loro contributi previdenziali e assicurativi, quanto lo Stato sembra regalargli.
Il ponte vacanziero ha transumato gran parte dei milanesi benestanti nelle seconde case o in alberghi esotici: lo dicono i passaggi ai caselli autostradali e le partenze dalle stazioni ferroviarie e dagli aeroporti. Quando i milanesi rimasti in città vanno a pranzo non c’è più traccia della manifestazione di Cgil-Cisl-Uil. Piccina di per sé, si è svolta dietro la cortina di strade sbarrate, lungo percorsi resi defilati. La stragrande maggioranza dei milanesi e di quanti transitano per le vie cittadine non desertificate dal passaggio dei manifestanti, non se n’è neppure accorta.
E questo è il primo miracolo che il buon dio della diserzione sociale ha concesso al capitalismo: il sindacato è morituro, anzi morto, giacché quel che ne rimane è provvido antidoto al sorgere di sodalizi anticapitalisti. Dinanzi a queste prove di debolezza del sindacato, lorsignori si confermano liberi di abbattere, dopo l’articolo 18, ogni altra tutela dei lavoratori. E possono farlo senza bisogno di spendere risorse per foraggiare i sindacalisti che tenevano in briglia i lavoratori.

La manifestazione No-Expo parte da Piazza 24 maggio, cioè da Porta Ticinese, alle 14. Vi partecipano decine di partitelli, associazioni, gruppi folcloristici e sodalizi d’accatto, alcuni provenienti dall’estero. Sono accomunati dal giudizio negativo sulla fiera campionaria, il cui logo, Expo 2015, è stato graficamente deformato in Mafia 2015.
Gli slogan dei manifestanti e le concioni agli altoparlanti e ai megafoni sono unisoni e cristallini: l’Expo è l’esatto contrario di quel che si proclama. Lungi dal nutrire il pianeta, lo saccheggia; lungi dal prospettare un nuovo approccio con la natura, conferma e accentua quello di sempre. Un’Expo al servizio delle multinazionali dello sfruttamento umano, del saccheggio ambientale, dell’ulteriore impoverimento dei poveri.
I Noexpo hanno concordato con la questura una festa itinerante di circa tre chilometri. Aggirerà il centro cittadino per un quarto di cerchio e grossomodo ricalcando il percorso degli antichi navigli che i faraonici progetti idraulici di Expo avevano promesso di scoperchiare. I faraoni ‒ che almeno in 18 sono finiti in manette con l’accusa di corruzione e reati contermini ‒ avevano annunciato la trasformazione di Milano in una specie di Venezia: ramificata di canali; si prende il battello invece dell’autobus, intasamento del traffico e smog addio. Una bella favola. I media ci hanno creduto. Creduloneria mercenaria: Expo ha riversato camionate di euro su giornali e tivù.
Predissero quelli di Expo e amplificarono i “loro” giornalisti: vedrete, v’imbarcherete alla Darsena e i nostri battelli vi faranno navigare sino al porto di Expo.
Il grosso dei milanesi ha preso in burletta sia gli affabulatori dell’Expo sia i pennivendoli che gli tenevano bordone. Ed è per questa ragione che oggi nessuno si scandalizza se la mitica Città d’Acqua si riduce all’allungamento simbolico (cento metri?) della Darsena.
Anche le Vie d’Acqua si sono rivelate un progetto rimasto nel noumeno dei sogni, espressione delle smanie di grandezza di un’Expo che giganteggia soltanto nella corruzione. La Nuova Darsena prodotta da Expo è quella di sempre. Bisogna riconoscerlo: è ben ristrutturata e abbellita, ma resta pur sempre una Darsena condannata a capolinea dei due navigli, Pavese e Grande, non già snodo idraulico a presidio delle fantomatiche rotte dirette nel cuore della città, oltre che alla fiera espositiva.
La Darsena è presidiata da due manufatti misteriosi, ricoperti di tela bianca come le performance di Cristo, l’artista che impacchettava i ponti di Parigi. Questo genere di colossali bianchi gendarmi s’erge un po’ ovunque a Milano ‒ per esempio a fianco dell’Arco della Pace, al termine di Parco Sempione ‒ a proclamare l’inefficienza di Expo, il cui ultimo appalto, di due milioni di euro, è stato bandito un mese fa per trovare un’impresa specializzata nella mimetizzazione dei cantieri in corso. Consapevoli che le opere incompiute non si possono togliere di mezzo, Expo si preoccupa di camuffarle.
L’altra notte ignoti nottambuli hanno imbrattato le pareti della Darsena, dai muri perimetrali al mercato comunale. L’indomani era bell’e tutto ripulito: in un mare d’inefficienza, fa piacere riscontrare eccezioni.
Un quarto d’ora prima della partenza, flussi di Noexpo, provenienti da ogni direzione, soprattutto dal metrò di Porta Genova, addensano Porta Ticinese e il primo tratto del Corso omonimo, dove s’inoltrerà il corteo. È un’umanità varia, per abbigliamento e bandiere e vessilli e striscioni e cartelli e pecette esibite. Spicca però, nel multicolore formicolio preparatorio del corteo, una chiazza tutta nera, cromaticamente e vestimentarmente omogenea. Impossibile non notarne la disomogeneità col contesto. Impossibile non accostare la chiazza odierna alle chiazze similari che hanno demeritato in molte, precedenti manifestazioni: i Black Bloc, le bande spaccatutto che ammorbano ogni mobiliazione antagonista. Da settimane, cioè da quando è stata annunciata questa manifestazione avversa all’Expo, la stampa ha evocato l’incubo dei masnadieri in nero che bruciano macchine e cassonetti, che devastano vetrine, che lordano di vernice ogni cosa. Le forze dell’ordine hanno promesso occhiuta vigilanza. prevenire è preferibile al reprimere. Scongiurare un danno costa assai meno che ripararlo.
Dunque è ragionevole supporre che gli osservatori della pubblica sicurezza stiano guatando questa manifestazione, anche nella sua fase preparatoria; che anche a loro non sia sfuggito, come non è sfuggito a ogni altro buon osservatore, l’anomalia di questa macchia nera. O la sua normale corrispondenza con i Black Bloc.
Osserviamoli. Sono ragazzi e ragazze giovani, rari gli ultratrentenni. Il loro tratto saliente è lo zaino: molto capiente, gonfio e nero. Sono in gran parte robusti, alcuni molto atletici. Con vistose eccezioni: come questa ragazza minuta, «sembra una bimba, non arriverà ai 30 chili» chiosa un anziano con ammicco malsano.
È evidente che la macchia nera fa parrocchia a parte. Non lega con gli altri gruppi, che anzi sembra disdegnare. Una cauta ispezione ravvicinata consente persino a un cronista ‒ e dunque consentirebbe all’occhiuta vigilanza di un gendarme in borghese, se ci fosse ‒ di rilevare quanto segue: da alcuni zaini fuoriescono bastoni o mazze; da altri occhieggiano caschi da motociclista; tutti calzano scarpe da ginnastica nuove e di primo prezzo; i cinturoni di molti sono gravidi di sacche e contenitori vari; da uno zaino che si rovescia escono limoni; nelle conversazioni di questi personaggi si colgono frasi in tedesco e in inglese. Dopo aver passato in rassegna tutti gli altri gruppi del corteo, viene ovvio concludere che, se i Black Bloc sono qui, non possono che coincidere con la macchia nera.
Il corteo s’inoltra, con i rumori, lo stile e la colonna sonora di una sfilata di carnevale. Parole d’ordine: suonare, ascoltare musica, ballare, esibire ogni creatività in chiave anticapitalista, antiexpo, antinquinamento, antisfruttamento, anticorruzione… insomma è ammesso ogni anti- possibile. Sfilano bande musicali che, al repertorio rivoluzionario, alternano ballate apolitiche; sfila un Tir con cassone semivuoto, dove un pugno di persone presidia due altoparlanti a forma di jet; sfila un furgone di una società di autonoleggio con i portelloni spalancati a esibire barili di birra con impianto di spinatura; sfilano ragazze in viola lesbico che innalzano vagine in polistirolo dipinto, grandi come assi del water; sfila un babbo ciclista con una figlia sul sellino anteriore, una su quella posteriore e un cagnolino nel carrello al traino; sfila un settantenne, venuto apposta da San Giovanni in Persiceto (Bologna), inalberante un cartello con i volti tratteggiati dei «cinque martiri di Boston, bravi compagni impiccati dai padroni»; sfila un gruppo di anarchici con coccarde e bandiere venuti in pullman da Torino, sfilano altri camion con altoparlanti; sfilano carrelli e carriolini pedalati carichi di birra («cinque euro una lattina»); sfila un venditore di hot-dog, l’impianto spinto da una bicicletta elettrica. E sfila la chiazza nera. È a metà del corteo. Seguiamola, come forse fanno anche i gendarmi in borghese.
In Via De Amicis, all’altezza in cui la concessionaria Bmw fronteggia un ristorante («i bagni sono impraticabili» espone all’ingresso, provvido guasto a fianco d’una processione dove si suda e si beve molto e dunque dai bisogni mintori prevedibili). La macchia nera si ferma, ne escono fanciulle piacenti, una in minigonna, che prendono a ballare sul marciapiede, attirando molti sguardi tra gli spettatori a bordo sfilata; qualcuno della macchia accende fumogeni, le cui nubi colorate tolgono visuale. Scoppiano mortaretti, sincopati da colpi secchi. Quando il fumo si dirada, ecco le vetrate della concessionaria qui lordate a spray, là segnate da colpi contundenti.
È questa tecnica che la chiazza nera userà nel seguito del corteo: distrarre l’attenzione degli osservatori con diversivi, fare fumo di copertura e poi lordare, sfasciare, rompere, abbattere vetrine, svellere cestini portarifiuti e sbatterli in strada, lanciare bottiglie e pietrame, incendiare auto.
In piazza Resistenza Partigiana altri fumogeni e altri diversivi a coprire il lancio di bottiglie e pietre verso i blindati della polizia che presidiano l’accesso a via Torino. I blindati rispondono cacciando i tiratori con pochi getti d’idrante e gl’incidenti sembrano chiusi lì.
In largo D’Ancona (in prossimità del bar Magenta, locale storico) la macchia nera si palesa per quel che ogni normale osservatore di buon senso da tempo ha supposto che sia: Black Bloc. Devastatori, infiltrati violenti in una manifestazione ovunque altrove pacifista, quantomeno nelle azioni. Lungo tutta la sfilata echeggiano slogan barricadieri e insulti ai «ladri e speculatori di Expo», gli altoparlanti di un camion diffondono inni all’occupazione abusiva di case ed esortazioni rivoluzionarie, ma si resta sempre nell’ambito dell’eversione verbale, che appunto, mai passando dagli auspici ai fatti, rientra nella libertà estrema di esternazione, la quale non è reato.
Con i Black Bloc i fatti ‒ di distruzione, saccheggio e periglio per l’incolumità dei cittadini, soprattutto di poliziotti, carabinieri e forestali su cui piove di tutto ‒ sostituiscono le parole.
Ora non può sussistere dubbio alcuno: questi qua sono un pericolo pubblico, devastatori in fragranza di reato. Se qui, tra noi osservatori e tra i manifestanti pacifici, ci fosse un tutore dell’ordine pubblico avrebbe l’obbligo morale e professionale d’impedire ai Black Bloc altre devastazioni, altre minacce alla pubblica incolumità. Purtroppo qui, a osservare le devastazioni dei Black Bloc ci siamo soltanto noi borghesi, esitanti ad affrontare a mani nude e senza protezione alcuna ‒ e senza autorità alcuna ‒ questi energumeni anonimi e minacciosi, coperti di tessuto nero sino agli occhi, celati da occhiali scuri, il capo incappucciato. Molti indossano caschi, molti brandiscono quelle che ora si rivelano mazze appuntite. Abbattono vetrine, incendiano auto, rompono tutto che hanno a tiro, lanciano proietti vari, lordano muri e le vetrine non mazziate. I gendarmi, ordinati e compatti nelle loro formazioni che sbarrano la strada, lanciano candelotti. Ma i Black Bloc hanno maschere antigas. Si spremono mezzi limoni sul volto, a lenire il bruciore agli occhi, del resto protetti da occhialetti da piscina.
L’ondata dei saccheggiatori devasta i pressi di Santa Maria delle Grazie fin verso Cadorna, Conciliazione e Pagano. Insomma agiscono per ore, con ogni evidenza scarsamente contrastati.
Una donna e una ragazza s’affacciano a una finestra del terzo piano, quasi a perpendicolo su un’auto in fiamme. Urla la donna: «Ma perché mi avete bruciato la macchina, disgraziati? Sapete che l’assicurazione non risarcisce i danni provocati da atti vandalici? E di sicuro la macchina non me la risarcisce Expo! »
Dalla strada si levano insulti d’intensità crescente sino all’ultimo, che spinge donna e ragazze e richiudersi dietro la finestra.
Dopo oltre un’ora le forze dell’ordine riescono, in via Monti, a collocarsi davanti e alle spalle dei Black Bloc. I quali, obbedendo simultaneamente a un comando e protetti da coltre fumogena, si spogliano di caschi, cappucci, occhiali scuri, maschere antigas, tuta nera, scarpe e guanti. Insieme a ogni capo di abbigliamento, lasciano sulla strada mazze, fumogeni residui e ogni altro strumento di saccheggio. Cavano dallo zaino altre scarpe, maglie colorate, rivoltano lo zaino (dall’interno colorato) e si sparpagliano, diretti alle fermate del metrò.
Nei pressi del metrò Pagano due poliziotti tengono per le braccia una donna e la sospingono verso una camionetta.
Un gruppo di Noexpo accerchia i tre. Chiedono il rilascio della ragazza. Insultano i poliziotti. Replica un poliziotto: «Non avete visto? Hanno devastato mezza Milano. È nostro dovere verificare i sospetti».
Controreplica di una donna matura: «Non può aver devastato nulla una ragazza che peserà sì e no 30 chili!»
Scena analoga si replica in via Monti, dove una piccola folla cerca di opporsi a un altro arresto (o fermo).

Bilancio della giornata
Feriti tra le forze dell’ordine: sette carabinieri con lesioni da poco; quattro poliziotti contusi.
Arresti in flagranza: due donne di 33 e 42 anni; tre uomini di 32, 33 e 27 anni. Fermati: due italiani e un francese.
Danni materiali: 22 auto danneggiate, di cui 10 incendiate.
Lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine: 400.

Quanti hanno partecipato alla sfilata dei Noexpo? 20 mila, secondo le forze dell’ordine; 30 mila secondo fonti del quotidiano francese Le Monde; 40 mila, secondo altre e reputate stime.
Quanti erano i Black Bloc? Qualche centinaio, secondo cifre fornite senza fonte dai quotidiani.
Un evento è la sua proiezione sui media. Da domani l’immagine di Expo 2015, per quanto grigia d’inefficienza e chiazzata di sperperi e corruttele, acquisterà brillantezza a cospetto delle nefandezze di pochissimi violenti, associati alla moltitudine di quanti criticano pacificamente la fiera.
Il fumo dei candelotti e dei fumogeni ammanta d’una coltre assolutoria quanti hanno male realizzato un’Expo costata 1,2 miliardi di soldi pubblici.
Un miracolo insperato per lorsignori. O ci contavano?

 
 

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