.
ilCronista.eu
 
 
22 settembre 2008

 

IL CONVEGNO DI CHIANCIANO DEL 25-26 OTTOBRE

 

La casta degli eletti e le caste degli elettori

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

In replica al manifesto Dalla scelta astensionista alla proposta politica, diffuso il 12 settembre scorso a fondamento del convegno di Chianciano, pongo alcuni spunti di dibattito.

1.
Il manifesto parte dal presupposto che le elezioni del 2008 abbiano rappresentato una svolta, giacché, per la prima volta, nel parlamento italiano non è presente la sinistra [autentica e dunque antagonista al capitalismo]. Io penso invece che la sinistra vi manchi da decenni. Evoco alcuni episodi emblematici:
– Cossiga introdusse leggi liberticide alla fine degli anni Settanta e nessuno insorse in parlamento.
– Fu D’Alema a inaugurare la stagione delle guerre coloniali in Kosovo e nessuno si legò ai lampioni di Piazza Montecitorio urlando l’unica guerra consentita dalla Costituzione è quella di difesa della patria.
– La legalizzazione del caporalato (lavoro interinale) la fece il governo di sinistra, e non un solo parlamentare si dissociò (con fatti, non con blatere) dal ripristino di una forma di sfruttamento che evoca la schiavitù.
– I sequestri di cittadini italiani ad opera della CIA e in combutta con militari italiani iniziò sotto il governo Prodi e quando i Bertinotti sedevano in parlamento.
– Il parlamento ha ratificato una Costituzione Europea (in seguito ribattezzata Trattato Europeo) che, collocandosi come fonte di diritto superiore rispetto alla Costituzione italiana, la annulla, trasferendo i poteri fondamentali dello Stato italiano all’Unione Europea e senza sottoporre la nuova Legge Suprema (il Trattato, appunto) a referendum popolare.
Ho citato solo alcuni degli episodi che sono incompatibili con la Costituzione e sono eticamente inaccettabili, nel senso che una sinistra autentica non può mettersi a posto la coscienza contrastandoli in parlamento, ma deve combatterli con ogni mezzo necessario.
La sinistra autentica, valoriale, cui fa riferimento il documento, non è marginale da ora: lo è da sempre. Alle elezioni del 1972 il Manifesto (partito fondato da cinque parlamentari secessionisti ‒ o strategicamente secessionati, come in seguito si sospettò ‒ dal PCI) prese 213 mila voti e nessun parlamentare. Complessivamente, la sinistra autentica, sommando tutte le sue componenti, non ha mai superato il 4%.
Perché la sinistra autentica è stata marginalizzata allo stadio di sopravvivenza testimoniale? È riduttivo ricercare la causa nel venir meno dei tornaconti derivanti dall’alleanza capitale-lavoro; credo invece che la causa sia il venir meno degli ideali, dei valori inculcati da quelli che per secoli sono stati i Grandi Precettori: i partiti e la Chiesa. Questo collasso valoriale, diluito lungo decenni, ha coinciso con l’avvento della televisione commerciale e la progressiva sudditanza abitudinaria delle masse all’obnubilamento dei media.
La fine del patto capitale-lavoro va collocata negli anni Settanta e raggiunge il suo primo picco spettacolare nei primi anni Ottanta con la rinuncia, da parte di CGIL-CISL-UIL, degli automatismi della scala mobile, un meccanismo già di per sé truffaldino perché recuperava ai lavoratori solo una parte del salario eroso dall’inflazione.

2.
L’antiberlusconismo, più che ossessivo, è di facciata: sarebbe bastato applicare la legge per impedire a Silvio Berlusconi persino di candidarsi. Invece il parlamento ha chiuso un occhio sulla sua candidatura illegittima e li ha chiusi entrambi sul suo ingresso in parlamento. D’Alema lo ha addirittura cooptato tra i padri della patria, in quella Bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere la Costituzione (compito ormai superato dall’avvento della Costituzione Europea). Tutti, in parlamento, compreso quella sinistra cosiddetta estrema esclusa alle ultime elezioni, hanno accettato Berlusconi illudendosi di utilizzarlo, vuoi dando per scontato di aver acquisito il diritto permanente di comparire sulle sue tivù, come ha fatto Bertinotti, vuoi perseguendo alleanze bastarde. Invece era Berlusconi che strumentalizzava la sinistra tutta, da D’Alema a Bertinotti.
Suppongo che i molti che si sono astenuti nel 2008 non lo abbiano fatto perché stanchi di una sinistra senza valori e paga di far fronte contro il nemico comune, bissando uno schema che risale al 1948 (allora contro il Fronte Cattolico, oggi contro il Fronte berlusconiano), ma perché si sono resi conto che questa sinistra era (è) diventata uguale a lui, un berlusclone.

3.
Il degrado della politica a mercato, dove i professionisti dei partiti mediano gl’interessi dei poteri forti e si contendono consensi elettorali, è roba vecchia, connaturata alla nascita del regime capitalista. Se molti anni fa i parlamentari e i funzionari di partito facevano in qualche modo gli interessi dei ceti deboli, è perché questi ceti erano in grado di esigerlo: le leggi più smaccatamente antipopolari (o quantomeno quelle di cui il popolo veniva informato e che valutava tali) non passavano e si arenavano allo stadio di progetto. La Casta odierna fa le stesse cose che faceva quella vecchia: vara leggi di destra, solo che oggi questo popolo o non se ne accorge (sta sempre a guardare la tivù-spettacolo o a trastullarsi col cellulare-giocattolo o a godersi in altro modo le rendite accumulate da due generazioni di pace) o le condivide. Giova ricordare che un elettore (elettore, non votante) su tre ha votato Berlusconi e che l’astensionismo è comunque minoritario e che non andare a votare non significa essere necessariamente essere più a sinistra di ogni partito in lista.

4.
Veniamo alle indicazioni programmatiche del manifesto di Chianciano. Dice che bisogna lottare contro la Casta, ritenendola un corpo estraneo che il popolo subisce. E, in coerenza con con questa visione, la si paragona all’esercito USA contro cui combattevano i vietnamiti. Ma questa Casta è, oggi molto più che in passato, espressione della stragrande maggioranza del popolo: il 75% degli elettori (l’80% che è andato a votare meno circa il 5% che ha votato partiti che non hanno raggiunto il quorum) o hanno votato per Berlusconi o hanno votato per una ex-sinistra uguale e precisa a lui, talmente uguale che i due schieramenti si sono potuti accusare a vicenda di essersi copiati i programmi! Prima delle elezioni anche Veltroni & C. sono andati a chiedere la benedizione del presidente degli Stati Uniti: che gliel’ha concessa: segno che anche per Washington sinistra e destra parlamentari uguali sono.
Come si fa a definire Casta un corpo legislativo che governa su fresco mandato di tre italiani su quattro? Quanto al restante 25%, il grosso è costituito da astensionisti: un insieme che andrebbe valutato con estrema cautela, giacché è difficile distinguere una diserzione delle urne motivata da antagonismo politico e un’altra motivata da pigrizia, menefreghismo o semplicemente perché una giornata al mare è meglio che una coda ai seggi.
Per cui il parlamento è molto rappresentativo del popolo e, formalmente, sarebbe più che legittimato a legiferare e a esprimere il governo, al netto ovviamente dello sfregio anticostituzionale di Berlusconi. E allora perché chiamarlo Casta, alla stregua di una confraternita di potere che si rigenera per cooptazione?
In ogni caso, come si fa ad attribuire alla Casta odierna un’estraneità al popolo più di quanta ne avesse la Casta vecchia? E come pretendere che il popolo, elettore della Casta odierna più di quanto non lo sia stato di quella vecchia, le si rivolti contro? Come pretendere che un popolo senza più valori, senza più ideali, senza alcuna tensione morale e civile, faccia la guerra a una Casta ladra come vorrebbe essere lui?

5.
Il manifesto di Chianciano glissa su un presupposto di chiarezza fondamentale: se questo parlamento-Casta, indubbiamente espressione democratica di un popolo telerimbambito ma pur sempre sovrano, è cattivo, perché assolvere il popolo che l’ha eletto, come se questo popolo fosse fondamentalmente buono, etico, teso al bene e al giusto e fosse stato ingannato da partiti e candidati che non gliel’hanno contata giusta? È l’eterna illusione della sinistra italiana che, sconfitta alle urne, replica: il popolo si è sbagliato, torniamo a votare e vinceremo noi. In oltre mezzo secolo di democrazia gli italiani sono andati a votare decine di volte: se continuano a votare la destra, o una sinistra simile alla destra, i casi sono tre: o non sono in grado di capire da che parte sta il giusto, o hanno capito benissimo e, tra giustizia e tornaconto, preferiscono quest’ultimo, oppure, terzo caso, sono talmente stomacati dalla sinistra storica fedifraga da punirla votando il peggio, così impara.
Il manifesto di Chianciano ha senso solo nella prima e terza ipotesi, se cioè ci si propone al popolo potenzialmente di sinistra come la nuova sinistra, autentica e valoriale e onesta, cui (ri)dare fiducia.
E dove, questa nuova sinistra, potrebbe arruolare schiere per affrontare la colossale battaglia ideale indispensabile a recuperare e convincere indecisi e per sostituirsi, in parlamento, alla vecchia sinistra fedifraga e cialtrona?
Il manifesto individua, come referenti primari della mobilitazione, aggregazioni quali No Tav (irrazionalmente contrarie all’alta velocita ferroviaria), No Ponte sullo Stretto di Messina, No Rigassificatori, No Discariche, eccetera. Tutti movimenti «che nascono in opposizione a progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio».
Piano. Innanzitutto è il caso di analizzare questi movimenti. perché io penso che molti stiano alla politica come la new age sta alla religione. Prendiamo i rifiuti: zone di Napoli da decenni a gomito con la mafia, contro la quale non hanno mai avuto conflitti se non episodici e marginali, affrontano reparti in assetto antisommossa: perché? Perché si vuole aprire una nuova discarica (per smaltirvi legalmente i rifiuti) vicino a casa loro. Ora, a meno di non metterle nel deserto del Gobi o sui ghiacci artici, le discariche, per il semplice fatto che debbono essere vicine e raggiungibili da camion, confinano sempre con qualche borgo. Ci saranno sempre dei cittadini che, nel territorio del proprio Comune, ospiteranno discariche. Se il governo rinuncia alla discarica contestata, il movimento No Discarica si scioglie d’incanto, ciascuno a casa propria, occhi richiusi su un contesto ad altissima concentrazione mafiosa.
Oppure vogliamo appoggiarci al movimento No Tav? Ma è quello che osteggia una ferrovia destinata a toglier di mezzo una filastrocca di TIR che ammorbano un milione di volte più di un treno! E dove sta scritto che il ponte sullo Stretto di Messina è un’opera contro il popolo? La Sicilia è l’unica grande isola dell’Occidente a non essere collegata alla terraferma da un ponte. I treni debbono essere spezzati e trasbordati su traghetti che fanno la spola. Dunque come si fa a dire che il ponte è antiecologico? E perché mai un ponte dovrebbe deturpare il paesaggio più di ogni altro manufatto indispensabile al miglioramento della vita collettiva? In ogni caso è una pagliuzza rispetto alle travi rappresentate dal folle sviluppo del trasporto privato su gomma: ma come, l’Italia va in metastasi perché innervata da ramificazioni crescenti di strade su cui scaricano veleni quasi 40 milioni di veicoli e dove muoiono quasi 10 mila morti l’anno (statistiche veraci, non quelle adulterate dal governo) e vogliamo scatenare la rivoluzione per un ponte su cui peraltro passa anche il treno? Semmai battiamoci perché, invece di due binari, ce ne passino quattro, e sia chiuso alle auto!
Le discariche controllate, le ferrovie e i ponti sarebbero la prima cosa che dovrebbe fare anche un governo autenticamente di sinistra, o no?

6.
Altro cavallo di battaglia del manifesto di Chianciano: la decrescita economica. Io non credo che il problema sia produrre di più e consumare di meno. Ma che bisogna decidere, sulla base di una programmazione centrale e pubblica, che cosa, come e per chi produrre. Meno auto ma più treni e metropolitane, meno cibi adulterati e più cibi sani, meno cliniche private e più ospedali pubblici, meno seconde case e più boschi, meno stadi e altri luoghi di competizione degenerata e più scuole e piste ciclabili, meno televisione e meno giornali idioti e più cultura… Il PIL (prodotto interno lordo) è certamente un metodo distorsivo con cui le società capitaliste misurano la propria crescita, che è anche decrescita là ove il PIL registra distruzioni (esempio: se una falegnameria si fa pagare dal ministero delle politiche agricole 1.000 euro per tagliare un bosco, il patrimonio arboreo dello Stato perde il bosco ma il PIL aumenta di 1.000 euro), ma un programma economico della nuova sinistra non può avere come obiettivo la riduzione del PIL!
Decidere cosa, come e per chi produrre è uno dei capisaldi di ogni società socialista, cioè a pianificazione produttiva e distributiva statale; una scelta che implica un pensare e un agire che stanno agli antipodi dell’improvvisazione, dell’apolitica, del particolarismo e della volatilità dei movimenti spontanei (No Ponte, No Tav, No Discarica…). Sono movimenti intrisi di qualunquismo, campanilismo e tornacontismo, incapaci di cogliere la complessità della gestione pubblica in Italia, e a maggior ragione inidonei a cogliere la politica estera. A esporre sul balcone il drappo arcobaleno della pace son buoni tutti, è rito che sgrava la coscienza e appaga quell’ansia diffusa che consiste nell’aderire a forme di dissenso talmente vacue e a buon mercato da concretarsi come bisogno di omologazione. Ma sostenere le guerre di liberazione di chi è invaso da truppe coloniali è altro conto: significa contestare il parlamento tutto che di queste guerre è co-mandante e significa anche rischiare, in un’Italia sempre più cariata di leggi liberticide, accuse di “sostegno al terrorismo” se solo acquisti a offerta libera il giornaletto di uno di quei movimenti di liberazione. Ma come chiedere, a un popolo che ha legittimato, con una partecipazione al voto che resta massiccia, questo parlamento guerrafondaio, di contrastarne gli atti più significativi, come la partecipazione a guerre coloniali e gli insulti alla Costituzione, che pure erano nei programmi elettorali e cui dunque il popolo ha dato benestare?
Berlusconi, Veltroni e ogni eletto dai tre elettori italiani su quattro hanno preso per buona la versione del governo statunitense sugli attentati dell’11 settembre 2001 (salvo marginali quanto incoerenti affermazioni contrarie, come quelle di Cossiga), di conseguenza condividono le guerre coloniali di rappresaglia lanciate dagli USA; Berlusconi, Veltroni e ogni altro eletto da quattro italiani su cinque condividono il neoliberismo e le sue leggi, al punto da subordinare alla Costituzione Europea, bibbia della globalizzazione del capitale, la stessa Costituzione italiana.
Una svendita di cui il grosso del popolo non s’è manco accorto, dal momento che l’informazione di regime gliel’ha tenuta nascosta o spiegata male. E allora come pretendere che questo popolo, che ignora persino che la Costituzione della repubblica è stata già affossata, scenda in piazza a difenderla?

7.
Il manifesto sostiene che il grado di legalità in Italia si è abbassato sotto i livelli di guardia e che dunque il popolo è talmente infiammato di sdegno che basterebbe un cerino a infiammarlo.
Ignoro l’esistenza di misuratori oggettivi della criminalità, sia micro che mega. Ma da mezzo secolo, da quando ho cominciato a leggere e sentire la radio, non faccio che registrare scandali. I politici e gli affaristi rubano ora come rubavano negli anni Cinquanta. Aldo Moro fece il più lungo discorso della sua carriera parlamentare (oltre otto ore!) per spiegare, oltre quarant’anni fa, che la Democrazia Cristiana, ancorché sorpresa a incassare tangenti sull’acquisto di aerei militari dagli Stati Uniti, non poteva essere processata «perché partito di governo». Ai tempi di Bettino Craxi i politici rubavano talmente che il debito pubblico si moltiplicò per cinque, accollando all’Italia un cancro contabile che ammorba tuttora. A Mani Pulite bastò una grattatina superficiale per portare alla luce un verminaio di corruttele talmente esteso che il regime dovette subito coprirlo a tenuta stagna, senza che alcuna sinistra ci trovasse da ridire, se non con proclami privi di efficacia…
L’unica differenza tra la corruzione odierna e quella dei decenni scorsi è l’assuefazione popolare: «Rubano tutti, rubo anch’io». Dunque è vano contare sul rigetto di una Casta di corrotti da parte di un popolo che, in stragrande maggioranza, o è parimenti corrotto o non lo è perché non riesce a esserlo: anche a rubare ci vogliono competenza e coraggio.
Se è innegabile che i neoliberisti hanno bisogno di peggiorare le condizioni economiche del popolo e di limitare i diritti civili delle minoranze suscettibili di scuoterlo, è altrettanto vero che, a causa di queste leggi non contrastate dal popolo e a causa della potenza di fuoco raggiunta dai media di regime, questo scotimento è di là da venire.

8.
Alla luce della Costituzione Europea, la difesa di quella italiana è dunque riduttiva. Ma accettiamola, per comodità di ragionamento, come una parola d’ordine in grado di aggregare consensi. In un contesto imbarbarito da leggi incostituzionali e negatrici dei valori sanciti dalla Costituzione, questa rappresenta indubbiamente uno dei capisaldi del vecchio Stato di diritto. Che però non c’è più: se ci fosse, rigetterebbe leggi che gli sono incompatibili.
In ogni caso si tratta di una Costituzione mai applicata in oltre mezzo secolo. Per esempio: la Costituzione prescrive un lavoro dignitoso per tutti, cure sanitarie e gratuite per tutti, una scuola di Stato per tutti, una giustizia rapida ed equanime, una dialettica democratica, una guerra esclusivamente difensiva…. Questo paradiso, che si vorrebbe competitivo con quello socialista, non è mai stato l’Italia! Per dire che aggregarsi per difendere una Costituzione virtuale, talmente inapplicata e inapplicabile che è sempre andata bene anche ai nemici del popolo, è una presa in giro.

9.
Credo che, per tornare a fare politica in un’Italia tanto frammentata e violentata dai mass media, tanto abbrutita dal tradimento dei partiti storici della sinistra, tanto mercificata dal vello d’oro del consumismo deteriore, non basti né contare su localismi contestativi che sono l’altra faccia del tornaconto, né sventolare la Costituzione come uno stendardo sotto il quale radunare ogni potenziale cittadino dello Stato di diritto. Credo invece che sia necessario costruire un partito, definendo rigorosamente ideali, obiettivi e strumenti per raggiungerli. Un percorso accidentato, inizialmente riservato a probi, robusti di conoscenza e allenati a pensare, ostico a quelle aggregazioni popolari che oscillano tra subordinazione e rivolta sporadica.

 

©

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE

 
x